I volti «gentili» della camorra. Donne spietate a capo della cupola - FOTO

Cira Ientile Cira Ientile

La camorra a Torre del Greco nelle mani delle donne Da volti «gentili» dei clan a boss, responsabili di associazione di tipo mafioso, omicidio volontario, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, estorsione, intestazione fittizia e trasferimento fraudoento di beni nonché riciclaggio.
Uno scenario da cui emergono i legami fra i tre clan di Torre del Greco: i Falanga, i Di Gioia e gli scissionisti con i narcotrafficanti «marsigliesi» e alcune cosche del napoletano.
Le mogli dei boss avevano preso il posto dei mariti finiti dietro le sbarre oppure trucidati nella faida. Aggressive, spietate: così le descrive il gip Giuliana Pollio del tribunale i Napoli.
Annamaria Carotenuto, la consorte del boss Giuseppe Falanga, detenuto a Palermo, era diventata il punto di riferimento per i fedelissimi della cosca. Pagava gli «stipendi» a spacciatori e taglieggiatori, saldava le parcelle degli avvocati e ordinava le estorsioni.
Maria Lucia Gravino, vedova di Gaetano Di Gioia e madre di Isidoro Di Gioia, dopo l’omicidio del marito, aveva iniziato a guidare l’organizzazione.
Elena Longobardi e Anna De Blasio sono invece accusate di avere convocato la moglie del pentito Silvano Scognamiglio per riferire un messaggio del boss detenuto Antonio Mennella, noto come ‘o picciotto. Per il timore che nella loro casa fossero installate microspie, la moglie del pentito venne ricevuta in un’altra abitazione. «La Longobardi - si legge nel dossier della Dda - in particolare, le riferì che era stata a fare il colloqui con Antonio (Mennella, ndr) e lui ha detto che se il padre va, di dirgli che ritratta tutto quanto, in tutto si fa un anno, siamo più amici di prima, gli vorrò più bene, e digli che non si preoccupi, che nessuno gli fa male». Se ciò non fosse accaduto, riferirono Longobardi e De Blasio alla donna, «Antonio doveva rompere il cu... a tutti quanti loro, cominciando dalla moglie».

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