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L'orrore in pieno centro, i killer massacrano il consigliere del Pd, Tommasino
Undici colpi di pistola, oscuro il movente
CASTELLAMMARE DI STABIA (NAPOLI) -
01/02/2010 -
Era il 3 febbraio scorso quando la brutale mannaia della camorra si è abbattuta sulla politica stabiese. E sulla città. A rimanere ucciso dai sicari fu il consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, colpito da 11 colpi di pistola in viale Europa, all’altezza del tribunale, davanti a centinaia di persone in un orario di punta. Nei mesi precedenti i clan avevano ricominciato a sparare: 5 omicidi, iscritti in una logica di predominio territoriale, che avevano riacceso i riflettori sulla camorra stabiese, fino ad allora schiacciata dai processi e dalle retate. Quello di Tommasino non fu, chiaramente, un omicidio da ricollegare ad un movente da ‘repulisti’ interno al clan.
La morte di Tommasino e la successiva indagine aperta dalla Dda racconta tutto ciò che in questi anni è stato omesso: il presunto rapporto di collegamento tra la malavita, l’imprenditoria cittadina e la politica. Il movente è ancora un giallo. Ma la direzione dell’antimafia si muove lungo la bisettrice dei grandi appalti e della privatizzazione delle Terme, un settore economico in cui Tommasino aveva coltivato interessi di primo piano. Ma per raccogliere i primi risultati, i magistrati ci mettono nove mesi: il 13 ottobre 2009 viene arrestato Salvatore Belviso, 26 anni, considerato uno dei killer che partecipò al delitto. Nelle settimane precedenti un ragazzo di 23 anni, incensurato, Raffaele Polito, aveva cominciato a collaborare con la giustizia: confessa di aver fatto parte del gruppo di fuoco e che Tommasino è stato giustiziato per una tangente da 30mila euro non corrisposta al clan D’Alessandro.
Non dice altro, lasciando avvolta nel mistero questa prima ricostruzione. Nelle sue dichiarazioni tira in ballo non solo Belviso, ma anche il 38enne Renato Cavaliere (vecchio affiliato al clan D’Alessandro) e un 20enne di cui si sapeva ben poco in ambiente inquirente: Catello Romano. Sarà proprio quest’ultimo ad infiammare il clima giudiziario e politico cittadino. Come Polito, anche Romano - convocato in questura a Napoli - decide di parlare: confessa cinque omicidi, compreso quello di Tommasino. Si pente, insomma. Ma il suo pentimento durerà poco: spedito in un albergo in Puglia in attesa del programma di protezione, Romano fugge senza lasciare tracce. Dopo un mese di latitanza il 20enne viene arrestato in un centro commerciale di Teverola, vicino Caserta. Per trenta giorni si era nascosto a Torino. Davanti al capo della Mobile napoletana Vittorio Pisani ritratta tutte le accuse e negli stessi giorni si viene a sapere che il suo nome era stato inserito nelle liste del Pd per le primarie. Scoppia il putiferio nel partito stabiese. La federazione napoletana decide di commissariare la sede cittadina dei democratici.
ROCCO TRAISCI
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