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Pd, un matrimonio infelice. In provincia riduzione di consensi e lacerazioni
A Torre Annunziata il partito è spaccato in 2, A Pompei ha perso il sindaco e a Portici fa i conti con gli scandali
03/06/2010 -
Doveva essere il partito della svolta per rilanciare il centrosinistra, quello della politica post-ideologica che avrebbe dovuto rappresentare il futuro. Invece il matrimonio tra Ds e Margherita si sgretola giorno dopo giorno, e rischia di crollare sugli instabili pilastri che fin dal principio a molti erano sembrati deboli. Un partito nato dall’alto, più federazione che organismo monolitico, dettato più dall’esigenza di una strategia di contenimento dell’emorragia dei consensi del centrosinistra che dalla convinzione vera di poter fondere ex comunisti ed ex democristiani sotto lo stesso tetto. In fondo, la base non s’è mai strappata i capelli per una sfida che finora ha bruciato leader e vertici. A livello nazionale e a livello locale. All’ombra del Vesuvio sono sparsi cocci e malumori, e siamo solo al principio. In otto città simbolo, il matrimonio non funziona, ha prodotto una riduzione di consensi e in qualche caso, Pomigliano e Castellammare di Stabia su tutti, ha provocato sconfitte elettorali storiche.
Ma anche dove l’unione sembra essere rose e fiori dal punto di vista numerico, la crisi è dietro l’angolo. E’ il caso di Torre Annunziata, dove il Pd che ha aumentato i consensi negli ultimi anni vive una lacerazione interna che apre le porte alle ambizioni del centrodestra.
Il Pd, insomma, scricchiola pericolosamente, e non certo da oggi. Non sono lontane le ombre sulle primarie di Castellammare, dove tra i candidati c’era addirittura uno dei killer che poi trucidò il consigliere Gino Tommasino, su quelle Torre Annunziata, dove le urne non furono mai aperte a causa di una denuncia di condizionamenti della camorra sul voto, e su quelle di Pompei, dove le il partito restò chiuso nel giorno del voto. Forse è tardi per correre ai ripari, ma è certamente tempo di porsi interrogativi seri. Il Pd non è quello che i vertici nazionali avevano promesso, e lo si vede soprattutto nelle sue proiezioni locali, soprattutto in Campania, dove la classe politica che l’ha fondato (o meglio, che l’ha assemblato) ha fallito alle recenti elezioni. Dalla Regione ai comuni: i fortini rossi sono stati demoliti non dal vento berlusconiano, ma dalla voglia di cambiamento di un elettorato stanco e senza più punti di riferimento, e dal fenomeno di un trasformismo dilagante, figlio ovviamente di un’identità politica che non è mai esistita.
Il problema è che il Pd non ha ancora toccato il fondo, e quello che sta accadendo nell’area Vesuviana assomiglia ad una lenta agonia che potrebbe conoscere altri fallimenti dopo quelli clamorosi alla Regione e nelle ex città rosse di Castellammare e Pomigliano, consegnate al centrodestra.
In entrambi i comuni ha pesato la regressione del Pd, che rispetto alle amministrative del 2005 ha perso per strada oltre il 50% dei consensi. A Pomigliano si è passati dal 41,5% (somma Ds e Dl) al 20,7% del Pd, e a Castellammare l’indice di gradimento, che era del 26,3% per Ds e Margherita, è calato fino al 12,7%.
A Torre Annunziata il partito che conta undici consiglieri comunali, e che tra il 2005 e il 2007 è salito dal 37% (somma delle percentuali di Ds e Dl) al 41%, è più debole che mai, spaccato in due fronti. Lacerato da una battaglia interna che si gioca tra la segreteria cittadina e il gruppo dei dissidenti e degli autosospesi (5 consiglieri) sul tema della presenza del centrodestra nella giunta di Giosué Starita. Un braccio di ferro che potrebbe anche portare il simbolo all’opposizione, seguito poi dalle altre forze di centrosinistra.
A Pompei, il sindaco Claudio D’Alessio ha addirittura cambiato il segno della maggioranza votata dagli elettoiri, ripudiato il Pd, definendolo anti-democratico e conservatore, per traslocare nell’Udc. Una mossa che di fatto mette il sigillo su un ribaltone politico.
A Ercolano la crisi è stata solo nascosta sotto al tappeto. Un partito pigliatutto, che nonostante il calo dal 53% del 2005 (somma tra Ds e Dl) al 37,2% del 2010, ha conservato l’etichetta di “simbolo da maggioranza bulgara”, è riuscito a paralizzare il varo della giunta Strazzullo per oltre due mesi.
E poi c’è Portici, dove il +3% in termini di consensi elettorali tra il 2004 e il 2009 non nasconde l’ansia di un’amministrazione finita nel mirino della magistratura per appalti e atti che hanno già provocato un terremoto politico.
RAFFAELE SCHETTINO
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