Quattro ore di controesame. Da un lato, giubbotto grigio e spiccato accento napoletano Raffaele Polito, il collaboratore di giustizia che nelle ultime tre udienze del processo ai presunti killer di Gino Tommasino, ha ripercorso le tappe di quell’efferato delitto. Dall’altro lato, Renato D’Antuono, difensore di Renato Cavaliere, che ha cercato di demolirne la credibilità.
Evidenziando le contraddizioni, puntando l’accento sui passaggi a vuoto, rimarcando tutti i dubbi di un pentito sul quale la pubblica accusa fa molto affidamento. Polito, infatti, è stato condannato a 11 anni di carcere per la sua partecipazione, reo confessa, a quel delitto. Sono sue alcune tra le telefonate anonime più importanti che dal 2008 al 2010 hanno consentito agli inquirenti di ritrovare armi e droga a Scanzano. “Volevo togliermi un peso” aveva dichiarato il pentito spiegando così i suoi gesti. Ma in aula il controesame dell’avvocato D’Antuono non lo risparmia.
Domande precise su ogni punto, richieste di chiarimenti, pressing continuo. Tanto che, quando sono passate tre ore dall’inizio l’addetta al sito protetto interviene: “Presidente – dice rivolgendosi a Luigi Pentagallo – il collaboratore di giustizia dice di sentirsi agitato, vuole una sospensione e chiede un’infermiere. Ha le palpitazioni”. Una pausa di pochi minuti che consente a Polito di riprendersi e finire di rispondere alle domande. Non senza aver, più volte, litigato con il legale di Cavaliere che chiede chiarezza di alcuni punti oscuri nella sua ricostruzione.
Su tante cose la difesa di Cavaliere ha dubbi. Come per l’incontro con D’Alessandro: “Lei nel verbale del 15 ottobre del 2009 dice che D’Alessandro le disse che avrebbe dovuto picchiare delle persone. Poi dopo, racconta, le dissero che doveva tenersi pronto anche ad uccidere. Qual è la verità?” chiede l’avvocato D’Antuono.
Polito risponde, prova a spiegare ricordando quello che ha fatto in queste settimane: “Nei primi verbali avevo paura – ricorda – e non dissi tutto quello che sapevo. Non dissi degli omicidi solo perché mi ero dimenticato di quella frase che confermo oggi in aula”.
Si giocano molto accusa e difesa sulle parole di Polito. Per la Dda un prezioso collaboratore di giustizia che, pur non essendo ai vertici del clan (e Polito fa di tutto per confermarlo) c’era quando Tommasino viene ucciso.
Per i legali degli imputati, invece, un pentito che non dice tutto quello che sa e che, nel suo racconto, evidenzia lacune e contraddizioni. Anche sul ruolo di Sergio Mosca Polito e la difesa di Cavaliere si scontrano: “Lei nell’udienza del 31 gennaio sostiene che Belviso avrebbe detto che Mosca non contava nulla. Nei verbali dice che non è così. Qual è la versione vera?” Polito prova a riferire altri dettagli, incalzato dall’avvocato D’Antuono. Con foga, tanto che lo stesso presidente della IV sezione della Corte d’Assise è costretto a intervenire.
Ma sono tanti i punti su cui, secondo la difesa degli imputati Polito si contraddice: “I guanti che indossa sullo scooter prima dice che li aveva, poi che li ha presi dal sellino” chiede D’Antuono che continua: “Il 9 ottobre dice che i caschi erano senza visiera, normali. Il 30 marzo, invece, dice che avevano visiera trasparente. Adesso dice che la visiera c’era ma era a metà...”
La tesi della difesa è smentire il pentito Polito: dimostrare che o non sa nulla o sa cose che non vuole rivelare. E in questo modo, incrinare la sua credibilità. Obiettivo opposto a quello della Dda che, invece, in udienza prova a rafforzare le sue parole. Polito ha detto chiaramente di aver mentito su alcuni punti nei verbali del 9 ottobre. Per paura dei vertici del clan D’Alessandro. La difesa, infatti, gli ricorda la telefonata di sua cugina 4 giorni dopo la decisione di pentirsi. Sono i giorni nei quali anche Catello Romano (pentito lampo nell’inchiesta) racconta cosa è accaduto il 3 febbraio. Romano dice che a sparare è stato Cavaliere. Polito, invece, in quei giorni si autoaccusa del delitto. Ma in udienza dice cose diverse. Che confermano quello che sostenne Romano (su quei verbali e sulla loro acquisizione la sfida continua) e, soprattutto, quello che sta dichiarando un altro pentito eccellente: Salvatore Belviso.
Ma la difesa di Cavaliere non si arrende: contesta le diverse versioni sul pedinamento di Tommasino. Sul fatto che, secondo Polito, sia la mattina del 3 febbraio, sia quando si eseguì l’omicidio
il commando non aveva parlato di come muoversi l’avvocato D’Antuono attacca a testa bassa: “La mattina sono Belviso e Cavaliere a dover fare il delitto, il pomeriggio guida lei lo scooter e Cavaliere deve sparare. Chi decide? Perchè cambiate composizione?” sono domande a cui Polito non risponde in aula.