La Cassazione annulla la condanna per lo stupro-choc in villa comunale. A sei mesi dal verdetto del tribunale d’appello di Napoli, sentenza a sorpresa per la scabrosa vicenda denunciata da un disabile di 19 anni nel novembre del 2009: il processo a carico di N.G. - il dipendente comunale dell’ufficio Parco e Giardini finito alla sbarra con l’accusa di violenza sessuale - sarà completamente da rifare.
La decisione degli «ermellini» rimette così in discussione la pena di otto anni e mezzo di reclusione - accompagnati dall’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dal pagamento di un indennizzo da 1.000 euro al Comune, parte civile nel procedimento - stabilita in primo e secondo grado per l’ex guardiano del parco pubblico di corso Vittorio Emanuele che, assistito dall’avvocato Antonio Morra, si era sempre dichiarato innocente e vittima di un complotto organizzato dalla madre del disabile.
La tormentata vicenda riaperta dalla Cassazione cominciò a inizio novembre del 2009, quando il cinquantottenne - cognato del boss Gaetano Di Gioia, alias ‘o tappo, massacrato a colpi di pistola sei mesi prima in piazza Santa Croce - finì in manette per il film dell’orrore andato in scena all’interno dell’unico polmone verde del centro storico di Torre del Greco. Un film dell’orrore ricostruito attraverso la denuncia-choc di un disabile di 19 anni che si presentò ai carabinieri della stazione Centro per raccontare la terribile esperienza vissuta sul belvedere del parco pubblico di corso Vittorio Emanuele. La vittima - accompagnata dalla madre, 48 ore dopo le presunte violenze sessuali - raccontò ai militari della caserma di via Circumvallazione i terribili abusi che era stato costretto a subire nel gabbiotto in uso ai custodi della villa comunale al termine dell’orario di apertura al pubblico.
Una denuncia che mise immediatamente in moto i militari agli ordini del maresciallo Francesco Di Maio: attraverso i successivi accertamenti i narrativo-testimoniali, gli investigatori strinsero il cerchio delle indagini intorno a N.G., il dipendente comunale incaricato della custodia della villa comunale e l’unico che - la sera dello stupro - era in possesso delle chiavi del gabbiotto del parco pubblico. Dove, secondo quanto denunciato dal diciannovenne, la vittima sarebbe stata attirata con un banale inganno. Poi, una volta passato il cancello d’ingresso del parco pubblico, il cognato del boss avrebbe spinto a forza il disabile all’interno del gabbiotto, costringendo il giovane - affetto da lievi disturbi psichici - a rapporti sessuali completi.
Una storia di infami abusi che l’imputato ha sempre negato in aula, sostenendo di essere stato incastrato dalla madre della vittima, una sua ex amante in cerca di «vendetta» per una relazione troncata sul nascere. Una versione che non aveva convinto né i giudici della prima sezione del tribunale di Torre Annunziata né i giudici del tribunale d’Appello di Napoli, ma che la corte di Cassazione ha rimesso adesso in gioco cancellando la condanna a 8 anni e mezzo di carcere e rinviando il processo in corte d’Appello per gli approfondimenti del caso.
ALBERTO DORTUCCI
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