Camorra: nuova ordinanza per il boss di Boscoreale, Pesacane

In manette tre guardie del corpo: sono di Boscoreale e Scafati

BOSCOREALE (NAPOLI) - 19/03/2010 -

Pessimo “regalo di onomastico” per il boss di Boscoreale Giuseppe Pesacane, raggiunto all’alba del 19 marzo da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il provvedimento gli è stato notificato nel carcere di Monza, dov’è detenuto da tempo per scontare una pena di diciannove anni di reclusione per le accuse di associazione camorristica e traffico di sostanze stupefacenti.

Il nuovo provvedimento cautelare, invece, addebita al pluripregiudicato boschese le accuse di falso in atto pubblico e uso illegale di sigillo di stato falsificato.

Con lui nei guai altre tre persone: Massimo Tolentino, di Scafati, Santolo Martire e Angelo Renato, di Boscoreale (quest'ultimo catturato a Brescia) a loro volta destinatarie di ordinanza e accusate di favoreggiamento aggravato dal contesto camorristico in cui si sarebbero svolti i fatti.

A notificare loro i provvedimenti, gli uomini del Comando Gruppo di Torre Annunziata.

Si tratta di Santolo Martire, considerato legato al clan Pesacane, di un cugino del boss stesso e del proprietario di un appartamento di Modena che fu ceduto in comodato d’uso ad alcuni parenti del capoclan per ospitarlo durante un periodo in cui si nascondeva al Nord per sfuggire alle ricerche delle forze dell’ordine.

La vicenda è quella relativa alla latitanza di Pesacane verificatasi nel 2007.

Secondo le ricostruzioni degli investigatori, Pesacane, nel 2007, per sfuggire alle ricerche dei carabinieri, trascorse un periodo di latitanza nel Modenese, dove visse in un appartamento fittato per lui da alcuni congiunti, e nel quale risiedette sotto falso nome. Per tutti era l’innocuo Giuseppe Garofalo. Almeno così c’era scritto sulla sua carta d’identità. Quel documento però, era fasullo, come il nome “rubato” a un ignaro fioraio boschese che nulla aveva a che fare con la vicenda. Quando poi Pesacane fu catturato, e la carta d’identità fasulla ritrovata, scattarono per lui le accuse di falso in atto pubblico e uso illegittimo dei sigilli di stato, per il timbro a secco del comune di Boscoreale  illecitamente posto sulla foto del documento.

Le indagini, che furono condotte dal nucleo catturandi della compagnia di Torre Annunziata, e presero la giusta direzione grazie anche ad alcune intercettazioni telefoniche, permisero anche approfondimenti su come il sigillo del comune avesse potuto essere falsificato per produrre il documento fasullo per il boss.

Pesacane attualmente sta scontando una pena di diciannove anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di droga. In primo grado era stato condannato 12 anni per associazione camorristica dal Tribunale di Torre Annunziata. In secondo grado, poi, la pena aumentò di sette anni, perché la Corte d’Appello lo riconobbe colpevole anche del traffico di stupefacenti.

GIOVANNI TARANTO
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