Il pentito Montella dietro il maxi blitz Hama'l con 34 arresti

dall'archivio storico di Metropolis

C’è una “gola profonda” dietro il maxiblitz “Hama’l” che ha portato a sgominare la rete di traffico internazionale di stupefacenti che, nell’area torrese, aveva come punto di riferimento e leader indiscusso il ras Vincenzo Scarpa. A far finire dietro le sbarre Vincenzo “’o dottore” e i suoi presunti complici, sono state soprattutto le dichiarazioni accusatorie di un pentito: Alessandro Montella. Lui ha svelato i segreti del traffico di droga fra Spagna, Olanda e Italia. Lui ha rivelato come tonnellate di cocaina e altri stupefacenti fossero arrivati a Torre Annunziata e dintorni, per poi essere smerciate tramite complici nell’area Boschese, nel Terzignese, nell’Agro e nell’hinterland napoletano. Lui ha fatto nomi, dato cifre, rivelato itinerari e alleanze, prezzi e rischi di quel business immenso. Secondo gli inquirenti la genesi stessa delle indagini che hanno consentito gli arresti fra domenica e lunedì, e di bloccare il ras Scarpa in aeroporto a Fiumicino prima che volasse via – letteralmente… - tornando in Spagna, è da individuare nelle dichiarazioni di Montella. Uno che è ritenuto molto, molto attendibile. Sia per i contributi fondamentali che ha già dato a numerose indagini importanti che hanno consentito di sgominare gruppi di spaccio e di estorsori legati ai clan Gionta e Gallo (vedi pezzo in pagina), sia per il ruolo fondamentale che ha avuto, negli ultimi anni prima di pentirsi, nel traffico internazionale di stupefacenti. Montella, secondo l’antimafia napoletana “…è stato sicuramente per anni un personaggio chiave del traffico internazionale di droga organizzato e gestito dalle cosche campane”, e fino al suo arresto, nel 2008, “..ha direttamente curato attraverso una sua ditta di autotrasporti, l’introduzione in Italia di diverse tonnellate di sostanza stupefacente per conto di tutte le principali cosche attive sul territorio di Torre Annunziata e paesi limitrofi”. Ogni informazione che Montella ha dato agli inquirenti sui traffici di Scarpa & co., dice la procura antimafia, è risultata perfettamente riscontrata, e questo ha consentito di ricostruire dettagliatamente l’organigramma del gruppo, e di far sequestrare, in due distinte operazioni, ben centodieci chili di cocaina che Scarpa e i suoi stavano tentando di introdurre in Italia. Insomma: Montella, secondo il Pm Pierpaolo Filippelli, è attendibile perché è stato “uno degli ingranaggi fondamentali” di quel meccanismo illecito, e ne conosce profondamente personaggi e dinamiche. Il pentito, poi, ha alle spalle una storia molto particolare, e per anni fece da “trasportatore di fiducia” per i clan. Agli inquirenti, sul gruppo di Scarpa, ha fatto comprendere come molti personaggi dell’area torrese gravitanti nell’orbita del clan Gionta, siano legati ai vertici degli Scissionisti napoletani capeggiati da Raffaele Amato dopo il distacco dai Di Lauro. E ha fornito elementi per focalizzare nuove indagini sul rapporto d’affari e di mutua assistenza fra la camorra torrese e quella di Secondigliano. Ma Montella non si è limitato a indicare in Vincenzo Scarpa e suo fratello Domenico i leader del gruppo di trafficanti internazionali. Ha puntato il dito su elementi legati a molti altri ambiti malavitosi: dai De Simone (i Quaglia Quaglia) alla mala di Ponte Persica (rappresentata secondo le sue accuse da Raffaele “Lello” Imperiale). E proprio a causa dei De Simone, ha raccontato il pentito, da imprenditore nel settore autotrasporti, si ritrovò a fare il trafficante internazionale di droga: “Davide De Simone (al quale Montella doveva 30mila euro – ndr), tramite il genero Raffaele Maresca mi diede appuntamento alla spiaggia della Salera… Mi disse che sapeva che avevo debiti fino al collo, e che quindi avrei avuto estrema difficoltà a pagargli gli interessi che gli dovevo”. Ma l’uomo aveva già pensato a un modo per far “sdebitare” Montella: farlo lavorare per lui nel traffico di droga. “Mi disse che avrei dovuto mettere a sua disposizione i miei camion e gli autotrasportatori. Che era un mestiere che, per come lui aveva organizzato il sistema, non presentava grossi rischi, e che dopo uno o due anni, avrei potuto risolvere tutti i miei problemi”. Per ogni pacco di droga trasportato, a Montella sarebbero andati 1500 euro. E lui accettò: “Dissi che ero in estrema difficoltà e che avrei accettato, purchè, in caso di arresto non mi avessero abbandonato”. Così da onesto imprenditore dei trasporti, Montella si trasformò in un corriere internazionale di tonnellate di droga.  Tempo dopo, però, fu grazie a un blitz dei carabinieri che ebbe l’occasione di uscire dalle “grinfie” di chi lo aveva costretto: “Fecero irruzione nel parcheggio della mia ditta i carabinieri… “. Un pregiudicato presente sul posto, nascose due pistole e munizioni nel cruscotto di un camion. Le armi, trovate, furono attribuite al padre di Montella, che, presente sul posto, fu arrestato. “Ma lui non c’entrava nulla – ha spiegato il pentito - . Io mi salvai perché ero andato a fare una commissione. Comunque dopo questo episodio i De Simone dissero che non volevano più lavorare con me perché era chiaro che carabinieri e Dda mi stavano addosso, e che quindi ero bruciato”.  Ma la sua carriera di trafficante avrebbe avuto ben altri importanti risvolti.
 

giovanni taranto

13-09-2013 19:07:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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