Un libro piccolo di una donna piccola, quasi minuscola, a detta di coloro che l’hanno conosciuta personalmente. Allo stesso tempo, un grande libro per una grande autrice della narrativa contemporanea questo di Herta Müller, premio Nobel per la Letteratura 2009.
Poche pagine, cinquanta in tutto escludendo l’interessante prefazione di Adriano Sofri, in cui ogni periodo contiene un universo di riflessioni tra le quali domina la percezione dell’estraneo.
La Müller, come molti dei suoi compatrioti, è fuggita nel 1987 dalla dittatura di Ceauşescu e ha lasciato la Romania per la Germania dopo essere stata perseguitata dalla Securitate, tormentata e censurata dal regime a cui si opponeva.
Rifacendosi a questa esperienza che l’ha coinvolta direttamente, l’autrice tende a rimarcare più volte nel corso della narrazione il che “estraneo” è il contrario di “familiare”: quello che viene sottratto dallo sguardo estraneo è l’ovvietà, perché “ciò che è ignoto non deve esserci necessariamente estraneo, ma può diventarlo ciò che ci è noto”. I servizi segreti la spiano, vengono a conoscenza di cose che non dovrebbero sapere, frugano indisturbati e silenti nella sua vita, ma allo stesso tempo vogliono che lei sappia di essere controllata. Anche il suo appartamento diventa estraneo: un luogo un tempo familiare nella sua sacralità viene manomesso e violato dagli “altri”, in una logica di costante minaccia che fa sì che il minacciato si adegui al persecutore. In uno Stato che assume atteggiamenti intimidatori le persone che lo abitano si adeguano e non sono più libere di agire, ma si comportano in virtù di un controllo di orwelliana memoria, di uno sguardo che inevitabilmente si nota, che non sfugge e a cui non si sfugge.
Lo “sguardo estraneo” non è quindi risultato di una nuova condizione, come può essere l’effetto del cambiare nazione o trovarsi ad interagire con culture diverse, talvolta ostili. Non a caso la Müller non usa il termine straniero, ma estraneo: lo straniero è fuori di noi, dal nostro mondo, ruota in un posto periferico e può incutere timore se si avvicina; l’estraneo fa invece parte del nostro universo ma è ostile a noi, una presenza assenza che si annida nel nostro habitat e spiazza. Chi viola i nostri confini suscita panico e allarme incontrollabile perché sovverte le radici antropologiche, ma se l'inaspettata presenza dello straniero provoca una reazione di panico per nulla inaspettata, quella dell’estraneo sì perché ciò di cui abbiamo paura non sta “fuori” ma “dentro” di noi.
E dentro di noi si insinua.