Genova, Caserma Bolzaneto, Scuola Diaz: quante volte abbiamo associato mentalmente questi luoghi agli eventi tragici che sconvolsero il capoluogo ligure e l’Italia tutta dal 19 al 22 luglio 2001. Erano i giorni del G8, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste davano vita a manifestazioni di dissenso che sfociarono in scontri le cui proporzioni non si erano mai verificate nei decenni precedenti e che ebbero il loro culmine in due drammatici momenti: la morte di Carlo Giuliani e l’irruzione della polizia nella scuola Diaz, all’epoca dei fatti sede del centro di comunicazione del social forum.
Un ragazzo, che nell’estate del 2001 aveva ventiquattro anni, aveva deciso di partire con un amico da Benevento, la sua città, alla volta dell’Olanda pensando di passare prima per Genova ed unirsi ai manifestanti. In televisione imperversavano le immagini dei tumulti e della morte di Carlo Giuliani, ma lui era comunque deciso ad andare, adottando come unica precauzione di evitare la prima linea.
“Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 di Genova”, il primo e ben congeniato “graphic novel” di Christian Mirra, che il 23 febbraio scorso ha presentato alla Libreria Fanucci di Roma, nasce sopratutto come un tentativo di rendere la diretta dell’esperienza su quello che è accaduto nella scuola, non essendoci a disposizione immagini ma solo testimonianze verbali.
Le ottanta tavole in bianco e nero sono suddivise in quattro parti più un epilogo e la narrazione si apre con un flashback, nel tentativo di condividere un “sentire comune” attraverso le immagini di sofferenza del corpo.
Ad una prima parte introduttiva e spensierata, fatta di disegni divertenti, simili a cartoni animati ed inseriti in una struttura a pannelli, segue una seconda parte, che in realtà è stata il vero punto di partenza, in cui il livello emotivo risulta più elevato grazie anche ai cambiamenti di stile.
Nel descrivere l’irruzione della polizia, infatti, le immagini vengono sostituite dal richiamo al suono dei manganelli perché in realtà gli unici elementi che Christian aveva a disposizione era il rumore dei colpi sul suo corpo e le voci dei poliziotti. Anche le didascalie diventano sempre più rare, preludio del silenzio che precede l’azione devastante, una sorta di rafforzativo per l’ingresso in scena della polizia nella scuola.
Nella terza parte l’uso di immagini sfocate rende al meglio il punto di vista dell’autore sia materialmente, perché senza gli occhiali che si sono rotti durante lo scontro effettivamente non vede nulla, ma anche per evidenziare come ciò che stia accadendo abbia qualcosa di surreale. Tuttavia di surreale c’è ben poco e al fumetto si frappongono le testimonianze fotografiche che Christian inserisce per dare maggiore veridicità (se mai ce ne fosse bisogno) a quello che è accaduto a lui quella sera, ma anche ai ragazzi che furono portati all'interno della caserma di Bolzaneto, adibita a centro di detenzione temporaneo, nella quale subirono vessazioni (ma in Italia la tortura non è considerata reato) in violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti umani, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.
L’originalità di questo lavoro risiede proprio nell’utilizzare il fumetto come mezzo espressivo per testimoniare l’orrore e la brutalità delle azioni umane. Nel raccontare una storia ciascuno sceglie di muoversi nei modi e nei tempi a lui più congeniali: Christian Mirra è prima di tutto un illustratore e vede il fumetto come potente veicolo di comunicazione (pensiamo ai precedenti “Persepolis” di Marjane Satrapi o “Valzer con Bashir” di Ari Folman) per raccontare un’esperienza che, pur essendo lontana nel tempo nove anni, ancora (e fortunatamente) desta stupore, meraviglia e indignazione. Perché nessuno può mettere a tacere simili momenti bui della storia d’Italia che è la nostra storia: la verità dei fatti si svela comunque, a volte in forme stravaganti, anche se i processi assolvono i colpevoli o le trasmissioni televisive omettono le parti più “scomode”.