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"Blanca" il nuovo libro di Patrizia Rinaldi

09/03/2010 -

Maternità voluta, inaspettata, negata. Numeri primi che sanciscono legami indissolubili o svelano solitudini. Molteplicità di temi e di riflessioni per le quali sarebbe riduttivo relegare all’etichetta di “giallo” l’ultimo libro di Patrizia Rinaldi, “Blanca” (Dario Flaccovio Editore), che in poche settimane ha raggiunto i primi posti nella classifica dei libri più letti nelle librerie Feltrinelli di Napoli.


Nel romanzo l’elemento poliziesco è solo un pretesto per trattare l’universo femminile, le sue sfaccettature e le sue contraddizioni, in quel modo audace e ovattato che hanno solo le donne. Il personaggio di Blanca, soprintendente ipovedente esperta di décodage e di intercettazioni, è senza dubbio una figura chiave e anche se il suo nome dà il titolo al libro, non è l’unico personaggio principale.


Nell’ottica di un disegno corale femminile fatto di complessità e grazia, dolori, vita e ironia, ecco che Margherita, Santina, Giulia, Marinella, Cettina, Carmen, diventano le protagoniste indiscusse di una storia che ha come sfondo la città di Napoli che si estende da Posillipo ai 600 alloggi. Donne che, come afferma la scrittrice: “vivono le nuove urgenze dettate dal momento storico, come il riconoscimento sociale e l’indipendenza che spesso porta alla solitudine di affetti; ma che, allo stesso tempo, sono donne del sud e di esso conservano il passato, quello primitivo di lacerazioni di parti, di pane e coraggio”.


Non a caso il libro inizia e termina con un’immagine legata alla maternità: quella di Margherita che pensa a sua figlia “Ninì nella pancia e poi appena nata, i capelli chiari e la bocca trasparente". Morbida, liscia” e quella di Donna Cettina che ricorda suo figlio “Vittorio nella pancia e poi nella culla di piquet e di sangallo che era stata la sua”. Entrambe sono legate dal fatto di essere l’una l’amante e l’altra la madre del ragazzo, ed entrambe vivono la sottrazione immotivata di un figlio facendosi portavoce di un equilibrio spezzato che, nel loro caso, non si può recuperare. Da una parte c’é Margherita e un marito che, pur avendo smesso di desiderarla da quando era incinta continua a considerarla come di sua proprietà e la punisce togliendole la figlia, il bene più grande, quando scopre che la donna ha una relazione extraconiugale. Dall’altra parte Donna Cettina e suo marito, l’imprenditore Marchòv, subiscono il rapimento del figlio Vittorio, ma l’uomo tende a sottolineare fin dalle prime battute il rapporto esclusivo del ragazzo e della madre quando si recano nel commissariato: “per denunciare la scomparsa di suo…di nostro figlio”. Quello che Marchòv non perdona alla moglie è di averlo tenuto fuori da questo legame, e si scaglia nei confronti della donna con una gelosia e una morbosità tipica di chi ha la consapevolezza che rimarrà sempre al margine: “Vi servo e vi sono servito”.


La perdita o l’assenza di un figlio causa nelle donne del romanzo la completa mancanza di stabilità, gli equilibri si frantumano a volte per essere poi ricostruiti in qualche modo inaspettatamente, come nel caso di Santina.

La prima, moglie del commissario Martuscello, giunge a una lenta consapevolezza che la stabilità familiare si sia rotta nel momento in cui la figlia Giulia ha deciso di andare a vivere a Milano, ma quando la ragazza le comunica che sta tornando a Napoli perché è incinta, la donna, saggiamente evita di fare domande sulla presunta paternità e torna a farsi piacere di nuovo la vita. Anche in questo caso suo marito è tenuto fuori da questo legame, si sente come un “passo carrabile tra la figlia e la madre” e afferma che le donne escludono il numero tre perché “si vede che è un numero che non vi piace”, ma la realtà è che lui non è contemplato in questa trinità rielaborata composta da Santina, Giulia e la bambina in arrivo, in cui al Padre si sostituisce la Madre, inaugurando una sorta di matriarcato non estranea alle culture pagane.


I personaggi maschili del romanzo sono simbolo di un numero primo, nello specifico l’uno, che gravita intorno a un altro numero primo, il tre, ma la cui intrusione è interdetta. Basti pensare alla relazione tra Marinella, bella e giovane donna della Napoli bene, che con i suoi due figli si sente “parte di tre” negando ogni chiave di accesso al colto ispettore Liguori, con cui ha una relazione a intermittenza, ma che rimane “dalla parte di uno che resterà uno”.


Gli uomini provano rabbia perché possiedono la consapevolezza che non riusciranno mai a istaurare un legame affettivo fatto di completezza, di un amore il cui significato è nella parola stessa (nomen omen come dicevano i latini), dove l’alfa privativo indica l’assenza di morte e quindi la possibilità di dare la vita, che altro non è che la maternità. Che è cura dell’altro, di una persona che ti interessa e che non si abbandona, con la voglia di essere lì, per vedere come va a finire, anche se questo dovesse comportare un dolore che le donne, a differenza degli uomini che lo sfuggono, vivono e spesso assecondano con un quotidiano esercizio che dura, come afferma Blanca, “finché non sei stanca di farlo durare”.

 

MARINA INDULGENZA
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