L'emergenza rifiuti in Campania non è mai stata una “vera” emergenza, non per ciò che riguarda l’aspetto strettamente connesso alla gravità del problema, ma per il fatto che ci troviamo di fronte ad una situazione che non è esclusiva degli ultimi anni; una situazione che ha radici ben più profonde che risalgono almeno ai primi anni novanta, quando si sviluppò un sistema con l’obiettivo di far nascere un business economico in cui convergesse la necessità di un potere politico.
È questo il punto di partenza di “Chi comanda Napoli”, un libro scritto a due mani dal giornalista Giuseppe Manzo, collaboratore del Corriere del Mezzogiorno e di Terre di Mezzo nonché responsabile della Comunicazione di Legacoopsociali, e Antonio Musella, membro del desk del portale di informazione Indipendente Global Project e tra i fondatori del Centro Studi Alternativa Comune. Il libro, edito da Castelvecchi per la nuova collana di inchiesta RX (in uscita prossimamente con i “Chi comanda” su Roma, Torino e Milano), non ha lo scopo di dare una risposta assoluta agli interrogativi che può (giustamente) sollevare, ma vuole cercare di far comprendere ai lettori i processi di chi ha “comandato” la città per capire chi potrà “comandarla” in futuro. La particolarità del libro risiede proprio nella volontà degli autori di non ripetersi con qualcosa che è già stato scritto o letto, ma di provare a conoscere e capire le cause che hanno portato a questa “emergenza”, con una volontà di costruire un’inchiesta che incrocia diversi canali di conoscenza proprio perché Napoli è una città in cui apparati statali e apparati non convenzionali si intrecciano tra di loro.
Partendo dal 1994, anno di inizio del commissariamento per l`emergenza rifiuti, gli autori provano a dissacrare tutti i luoghi comuni nati nel corso degli anni, primo fra tutti la presunta divergenza tra gli schieramenti politici al modello della discarica – modello considerato già da qualche tempo obsoleto - e all’affidamento ad aziende del calibro di Impregilo della produzione di ecoballe e della costruzione di forni in cui bruciarle. Le famiglie politiche che si sono alternate nel corso degli anni non si sono mai contrapposte, ma si sono semplicemente uniformate, pedine di uno stesso potere che non ha avuto un alcun organo controllore. Gli appalti sono stati tutti certificati, hanno fatto girare soldi “puliti” e regolari contratti di servizio con relativi subappalti ad altre aziende di rispettabili imprenditori del Nord.
Il quadro che ne viene fuori è quello di una Napoli che è stata vittima di una situazione talmente complicata all’interno della quale lo stesso Bassolino, la camorra, la magistratura non sono stati che attori sullo stesso palcoscenico e, soprattutto, non gli unici responsabili perché, come afferma il sindaco De Magistris nell’intervista che conclude il libro: “Napoli non è un luogo in cui si può dire che comanda la camorra, il sindaco, il governo, le forze dell’ordine, i parcheggiatori abusivi o i disoccupati organizzati. Oggi si può dire, arrivando in città, che è cambiata l’aria. […] Ovviamente questo «comando» che noi abbiamo assunto si scontra con altri «comandi» che persistono. Sarebbe da sciocchi, dopo pochi mesi, pensare che questi interessi siano stati sconfitti. Anzi, saranno sempre più insidiosi”.