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Ho rubato la pioggia di Elisa Ruotolo

09/05/2010 -

“Ho rubato la pioggia”, edito da Nottetempo, è il titolo dell’interessante e suggestivo esordio letterario di Elisa Ruotolo, scrittrice di Santa Maria a Vico, classe 1975. Una raccolta di tre racconti ambientati in un microcosmo che è un fotogramma della provincia del Sud, della sua staticità temporale a dispetto del trascorrere degli anni, specchio di un mondo fatto di superstizioni, mestieri desueti, di attaccamento al territorio al punto tale che anche quando si paventa la possibilità di andare via, si ritorna, tramite una ciclicità apparente, al rassicurante punto di partenza. Tre racconti in cui si parla di amore e delle sue sfumature attraverso equilibri persi e poi trovati, silenzi rivelatori di verità nascoste, sentimenti soffocati o sussurrati appena, in cui il non detto trova una sua ragione d’essere.

Il primo racconto si intitola “Molto Leggenda” dallo “stravagante” soprannome che i tifosi di una squadra di un piccolo paese hanno dato al protagonista per celebrare le sue presunte doti calcistiche: “all’inizio mi chiamarono Leggenda, ma poi qualcuno dovette pensare che per me non bastava, che ero un di più e mi ribattezzarono Molto Leggenda”.

L’Aquila Nera, questo il nome della squadra, esiste da sempre e da sempre ogni domenica si confronta con quella del paese avversario, il Falco Cieco, su un “campo sterrato che nessuno sapeva bene dove cominciava e dove finiva, […] e due porte senza rete rimesse su da un falegname ogni volta che cadevano”. Nomi di uccelli rapaci e predatori che fanno sorridere se si pensa che la posta in gioco sia una coppa di stagnola, che però, ora come non mai, rappresenta per l’Aquila Nera una possibilità di rivalsa per un paese e per un allenatore, perché “mai una volta che ci fosse stata una miseria di soddisfazione da festeggiare”. La rivincita si materializza domenica dopo domenica nei goal che il ragazzo segna: i compaesani iniziano a portare rispetto per il padre-allenatore e persino la madre, severa e restia a ogni entusiasmo, ora è addirittura disposta a investire i risparmi di una vita per iscrivere il figlio a una scuola di calcio. Qui il ragazzo dovrà però fare i conti con la realtà e capire che si può essere “Molto Leggenda” per un breve e fortunato periodo, ma non per questo avere la stoffa del campione. Dopo quindici anni di permanenza fuori casa tornerà senza dare spiegazioni perché non sono necessarie, perché tutti, genitori e compaesani, hanno tacitamente compreso e proverà a reinventarsi l’esistenza aprendo una tabaccheria e sposando la figlia dell’allenatore del Falco Cieco.


Ne “Il bambino è tornato a casa” la protagonista è una donna, Maria, che per guadagnarsi da vivere si sposta dal paese a Napoli per vendere l’oro custodito in una panciera, come anni prima faceva la nonna. La sua è un’esistenza costellata di abbandoni: prima il figlio, Matteo, che sparisce in silenzio “inghiottito nel nulla”, come se “non fosse mai nato e vissuto in quei nove anni”; poi il marito che se ne va senza dire una parola lasciandole in eredità le due cognate, Irene e Bianca, zitelle d’altri tempi che leggono fotoromanzi e guardano telenovelas, che in passato avevano provato ad andare a Roma e lavorare come sarte dalle sorelle Fontana, ma che dopo due settimane erano ritornate al paese dove avevano iniziato a fare conserve di tutti i tipi per tirare avanti. Un giorno, al rientro di uno dei suoi viaggi a Napoli, si presenta alla porta di Maria un uomo che dice di essere suo figlio. Lei lo lascia parlare, ma mentre ascolta poco convinta le sue parole pensa “che tra mille facce che non contano e non dicono, una madre avrebbe sempre riconosciuto e scovato quella del figlio”. Maria, invece, in lui non riconosce nulla. La voce del sangue questa volta resta muta di un silenzio che nasconde la verità.


Nel terzo racconto, “Guardami”, il silenzio che lacera e ricuce assume il ruolo di protagonista. C’è un nucleo familiare del tutto particolare formato da un padre, da un ragazzo la cui madre “un giorno è andata via senza mettersi a spiegare” e da Silvia, che si occupa di loro, cresciuta come un uomo, ultima di tanti figli maschi e con un padre, Gioacchino, che si è trincerato in un silenzio ostile nei suoi confronti perché vittima di “un male che restava senza voce perché non poteva trovare misericordia”.

Ad un certo punto il ragazzo scopre che Cesare, l’unico amico di suo padre, un uomo che “non parlava mai […] non si vedeva e non si sentiva. Apriva bocca solo per mangiare”, è innamorato di Silvia, ed inizia quasi per gioco una corrispondenza segreta con lui spacciandosi per la donna e portando Cesare ad uscire dal suo silenzio nel corso di scambi fatti di biglietti fugaci. Tuttavia, come da copione, Cesare, consapevole di vivere un amore non ricambiato, decide di partire per poi inevitabilmente fare ritorno, evitando accuratamente di parlare dei suoi anni lontani dal paese.

Quando poi il ragazzo, ormai diventato adulto, marito di una donna sposata per interesse e con la quale non comunica, deciderà di provare a spiegarsi dopo anni di rimorsi covati in silenzio, farà si che Cesare capisca da un suo gesto, e non dalle parole, tutto quello che per anni è stato taciuto.


Rubare la pioggia, è in realtà un’espressione che trae spunto dal monito della madre del ragazzo soprannominato Molto Leggenda per fare notare quando qualcuno della famiglia realizzava qualcosa che non portava guadagno: “Che ti credevi?...Hai rubato la pioggia, Federì!”.

La pioggia, tuttavia, è da sempre uno degli elementi naturali che rendono fertile il terreno ed è bello pensare che Elisa Ruotolo, alla stregua di Prometeo che rubò il fuoco per donarlo agli uomini, abbia rubato la pioggia agli dei per irrorare e fecondare la sua ispirazione e creatività e poi donarcela, in quel modo delicato e fluido che caratterizza il suo stile narrativo.

MARINA INDULGENZA
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