Irpinia, anni ’60. Siamo in piena fase dei lavori di costruzione dell’autostrada Napoli – Bari e l’ANAS invia l’ennesima raccomandata al Conte Aurelio Tancredi presso la Contrada Toppola, probabilmente con l’intento di comunicare l’esproprio dei suoi terreni. Quelle lettere, però, non arrivano mai a destinazione: il postino Saverio è convinto, come tutta la comunità, che quei luoghi siano infestati da presenze malefiche. Nessuno sa se il Conte sia ancora vivo, c’è chi dice di averne intravista la sagoma dietro i vetri delle grandi finestre mentre la serva si aggirava per i campi in cerca di chissà quali erbe per preparare i suoi intrugli.
“La ianara”, il nuovo libro di Licia Giaquinto, edito da Adelphi, ci catapulta subito in un mondo che rievoca suggestioni, miti e rituali di epoche passate e che ha come sfondo una terra selvaggia, aspra e immobile, interdetta a qualsiasi segnale di progresso e di avanzamento della civiltà. L’intera vicenda si sviluppa all’insegna dell’essenzialità delle coordinate spazio temporali: Adelina è una “ianara” (la strega nella tradizione popolare campana) che giunge al termine della sua esistenza vivendo di fantasmi, di ricordi, di rituali magici, e che ha come unici interlocutori le voci dei morti perché in vita non c’è più nessuno: “Adelina non sa dove vanno, quelle voci. […] E non sa da dove vengono. Sa solo che appartengono ai morti.” Lei ha la capacità innata di essere un ponte tra la vita e l’al di là, di entrare in contatto con persone che non fanno più parte del mondo terreno, anche se la loro è un’assenza solo apparente perché ogni cosa lascia una sua traccia, “niente di ciò che è stato si perde.”
Ha due vite questa donna: la prima sui monti dell’Irpinia con la nonna e la madre, la seconda presso il Palazzo del Conte.
Nella prima vita Adelina cresce selvatica, “non conosce né baci né carezze” ed è vittima di un’ipocrisia collettiva che, se da una parte la esclude, insieme alla madre e alla nonna, da una società che le considera malvagie e pericolose, dall’altra la stessa comunità non fa che rivolgersi a loro per comunicare con i parenti defunti, abortire con i ferri per fare la calza o farsi preparare decotti e pozioni prodigiose. Adelina conosce bene il suo ruolo di “outsider”, sa di essere diversa nella sua perenne condizione di estranea in mezzo alla gente, a cominciare da quegli occhi verdi e belli che nasconde portando i capelli sulla faccia perché “in un paese dove tutti avevano gli occhi neri o castani, o al massimo azzurri, quegli occhi dicevano chi era il padre”. Un padre che aveva dei figli e una moglie, cornuta e rassegnata, che non perdeva occasione di ingiuriare la madre di Adelina perché aveva osato concepire una figlia senza essere sposata e per giunta con un uomo con il quale non aveva nessun legame. Solo l’amicizia con Sofia, la bella sarta del paese, le apre la porta a un’altra realtà fatta di “una casa bianca e profumata” in cui avrebbe vissuto volentieri, e quando Sofia le confeziona un vestitino su misura, lei lo indossa solo allo scopo di sentirsi accettata, perché in realtà “avrebbe voluto strapparselo di dosso”, come si fa con una maschera falsa che gli altri non possono non notare.
La seconda vita di Adelina inizia nel momento in cui decide di fuggire dai quei luoghi ostili, vagando come un’anima in pena per trovare quiete solo nei possedimenti del Conte, quando entra a far parte della servitù sotto l’ala protettiva di Rosa, la governante.
Ben presto il Conte intuisce la vera indole della donna, apprezza la sua natura selvatica e scherza dandole della strega, ma Adelina sa che hanno lo stesso modo di intendere la vita: “Non ti preoccupare. Sono come te”, le dice lui un giorno. Lei ne resta completamente intontita e decide di dedicarsi ad una sorta di abnegazione silenziosa nei confronti di quell’uomo, aspettando il momento in cui la loro atipica unione potrà trovare una sua ragione d’essere. Ma il Conte, sposo infelice della Signora che non prova amore per nessuno ad eccezione di quel loro unico figlio che ha la bellezza del demonio, si dedica a coltivare un’insana relazione con una bambina dal fascino innaturale, un angelo biondo di padre ignoto e madre storpia. Un rapporto per il Conte nato “come un gioco e poi quando aveva cominciato a non farsi scoprire aveva capito che non era più innocenza”. Da qui si scatenerà una serie di eventi tragici e luttuosi: prima la morte del figlio, poi il suicidio della Signora, la cui malvagità continuerà dopo la sua fine perseguitando i servitori e gli abitanti del castello ad eccezione di Adelina, che l’aveva sempre ammirata per la sua eleganza e per la sua cattiveria, cui regala l’abito delle nozze perché possa “diventare sposa in eterno del Conte”, in un simbolico passaggio di consegne di un ruolo che la stessa Signora non aveva mai saputo coprire. E questa volta ad Adelina l’abito non pungerà, ma calzerà a pennello quasi fosse una seconda pelle.
È una storia, questa, intrisa di elementi magici comuni alle culture dei “Sud” del mondo, che narra l’inquietudine, l’emarginazione, le attese di una donna nel rifiuto di conformarsi alle convenzioni dettate da una società che non l’accetta e che le impone, quasi fosse un marchio a fuoco, l’etichetta di strega per il suo atteggiamento nei confronti della vita che la porta a scegliersi, priva da imposizioni di sorta, l’uomo da amare, senza necessariamente sposarsi e fare figli.
Adelina non racchiude nulla di malvagio, come gli altri vorrebbero farci credere. La sua presunta malvagità è frutto della paura e dello stupore che le persone hanno dell’estraneo (Mary Shelley aveva definito questo stato d’animo con il termine di “sublime”, un misto tra il terrore ed il fascino che scaturisce dal diverso): nel caso specifico Adelina rappresenta l’altro da sé, quello che loro non potranno mai essere, ovvero “spiriti liberi” che vivono seguendo i propri impulsi e le proprie necessità, a costo di andare contro tutto e tutti.