Il taglio dell’inchiesta giornalista, il respiro vibrante del romanzo, la crudezza di particolari dipinti nella loro drammatica essenza: c’è tutto questo, in “Otto centimetri di morte” (Guida editore), il libro che segna l’esordio sulla scena letteraria di Giuliana Covella. Stereotipi e luoghi comuni, tuttavia, non appartengono a queste pagine. La metropoli narrata in “Otto centimetri di morte” non è quella immortalata in decine e decine di film dedicati ai fatti di Partenope. E’ un moderno tritacarne, fatto di occasioni perdute, promesse elargite a piene mani, cantieri aperti e mai realizzati. Un quadro brutale e attuale, vivo e pulsante della Napoli del terzo millennio. Una Napoli in cui i giovani crescono tra cumuli di spazzatura, stradine prive di spazi pubblici e i cui unici valori sono quelli della violenza e dell’illegalità.
Luigi Sica, il 16enne pugnalato a morte per un buffetto innocente rifilato a un coetaneo, ne è l’assoluto, sfortunato protagonista: avrebbe potuto essere nostro fratello, nostro figlio. Il vicino della porta accanto. Il classico “buono guaglione”. Quello che incontri tutti i giorni sul marciapiede davanti casa tua e che indichi, a chi più ti sta a cuore, come esempio di riscatto, come simbolo vivente dell’eterna lotta tra il bene e il male. La sua triste vicenda è un invito alla riflessione.
Luigi era nato nel cuore del rione Sanità. Era appassionato di calcio. Lo chiamavano il “Piccolo Maradona”. Era fidanzato con Lina, la ragazza che gli aveva rapito il cuore: “la sua vita”. Come tanti coetanei, amava le canzoni di Gianluca Capozzi: ne aveva immortalata una sul cellulare. La utilizzava come suoneria: era quella la sveglia che lo tirava giù dal letto ogni mattina. Di sera, dopo cena, non disdegnava di trascorrere un po’ di tempo in compagnia degli amici di sempre.
Tra i ragazzi che incontrava, in via Santa Teresa degli Scalzi, non mancavano quelli che si erano lasciati ammaliare dalle lusinghe della malavita. Soldi facili, bella vita in cambio di un passaggio nell’esercito della camorra. Luigi, però, di quella storia non aveva mai voluto sapere niente. Glielo ripeteva anche il fratello: “Certe conoscenze è meglio non frequentarle”. Lui faceva spallucce. Quel modo di “pariare” non gli apparteneva. Luigi era più forte delle sirene dei clan. Gli altri facessero pure. Lui a rubare proprio non ci andava e mai ci sarebbe mai andato. Molto meglio faticarsi la jurnata in una fabbrica di borse, guadagnarsi la paga col sudore della fronte. Soldi veri, quelli. Onesti dal primo all’ultimo centesimo. Come quei 100 euro che era riuscito a mettere da parte, con grande sacrificio, per comprarsi le tanto sospirate Nike.
Scarpe che il destino non gli avrebbe mai fatto calzare per colpa di quella maledetta lite scoppiata quella sera del 16 gennaio 2007.
Luigi Sica muore e rinasce nel libro di Covella. E’ lui a narrare la sua drammatica storia, partendo da quando era bambino e a soli 2 anni si tirò addosso una pentola piena d’acqua bollente e sua nonna, l’altro grande amore della sua vita, insieme a mamma Anna, fece voto alla Madonna dell’Arco per salvarlo. E’ lui a raccontare. Fino al tragico litigio con una coppia di ragazzi venuta da un altro rione. Lo schiaffetto innocente, quelle che sembravano “solo” mazzate. Poi la pugnalata letale: una lama d’acciaio lunga 8 centimetri che ferma il tempo di una vita.
“Quando ho iniziato a leggere il testo - scrive nella prefazione l’ex boss del rione Sanità, Peppe Misso - ho subito provato una sorta di inquietudine. Mi è apparsa l’immagine di Luigi che mi puntava il dito contro. L’emozione mi ha scosso: mi sono sentito responsabile della sua uccisione, seppure in minima parte”. E’ la stessa, sottile angoscia che assale ognuno di noi leggendo la commovente storia del ragazzo nato, cresciuto e scomparso nel rione Sanità. Una vicenda umana tratteggiata con profonda sensibilità dalla penna di Giuliana Covella. “Dare voce a Luigi Sica dall’aldilà - continua Misso - è un modo per far sì che la sua storia sia da monito per i giovani come lui, quelli che nascono e crescono in mezzo a mille pericoli e difficoltà. Perché da Napoli non si scappi più”. Né a sedici, né a trenta né a quarant’anni.