Proviamo a pensare per un attimo se Steve Jobs fosse nato a Napoli, in un quartiere popolare: avrebbe avuto la stessa gloriosa sorte del suo predecessore d’oltreoceano o sarebbe stato ostacolato da una serie di problematiche non nuove a chi cerca di “farsi da solo” nel nostro paese?
L’interrogativo se l’era posto qualche tempo fa Antonio Menna, giornalista e collaboratore del quotidiano “Il Mattino”, e lo aveva spiegato con una breve storia pubblicata sul suo blog (antoniomenna.wordpress.com), in cui Steve Jobs aveva ceduto il passo a Stefano Lavori, un ragazzo intelligente e smanettone con i pc, che faceva i suoi esperimenti in un garage e che, contando sulle sue sole forze, sperava di creare una potenza economica come la Apple.
Centotrentamila visite in un solo giorno ed in pochissimo tempo il post, complice l’immediatezza del “passaparola” nella rete, viene portato all’attenzione dei media italiani e non solo, come ad esempio il quotidiano “Le Monde”. Da qui l’idea del libro “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” edito da Sperling & Kupfer, nelle librerie a partire dal 17 gennaio prossimo.
Nel romanzo, che potemmo definire una fiaba dal sorriso amaro, Stefano Lavori detto “’o ge’” (il genio), è vittima di una fissazione ostinata, quella che in gergo napoletano si definisce “capata”: creare un computer innovativo in società con il suo amico Stefano Vozzini (alter ego di Steve Wozniak). Tutti e due lavorano in un garage dove il papà di Lavori tiene il furgone, tra bottiglie di vino e conserve di pomodori. Qui Stefano Lavori arrotola fili e assembla pezzi di hardware mentre Stefano Vozzini crea il loro marchio, una “Q enorme, nera, con lo sbaffo inferiore di colore rosso”. Q di Quartieri Spagnoli, come tratto distintivo del quale sentirsi, in un certo senso, fieri. L’idea c’è, le capacità pure, tocca solo trovare i soldi o qualcuno che finanzi l’impresa. Ma non è facile: le banche vogliono garanzie, il prestito d’onore è difficilissimo da ottenere e anche quando riescono a fatica a vendere alcuni pezzi e a provare a mettersi in regola con il fisco, i soldi sembrano non bastare mai. Inoltre i due ragazzi non hanno fatto conto con l’ostacolo più grande: la camorra, che studia i loro movimenti e non tarda a chiedere il pizzo con minacce e ripercussioni.
Basterà questo - e non è poco - per far sì che i nostri eroi si arrendano? A noi piace sperare di no: in fondo quando si è davvero pazzi ed affamati non ci si piega ad una “vita con il pezzotto”, perché campare di illusioni o di speranze è di gran lunga molto meglio che condurre un’esistenza mezza vera e mezza falsa.