"Santos" un testo di Saviano a teatro

di MARINA INDULGENZA

“Santos”, per la regia di Mario Gelardi, adattamento teatrale del racconto “Super Santos, pali e capistazione” di Roberto Saviano, ha debuttato il 25 gennaio (repliche fino al 30) al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, che ha riaperto grazie alla direzione artistica di Officine Teatrali, un comitato composto da Fabrizia Pompilio, Gianmario Longoni, Marco Balsamo, Alfio Scuderi e Danila Confalonieri che hanno deciso di investire il loro patrimonio culturale ed economico per restituire vita a quel teatro sul cui palcoscenico si sono esibiti artisti del calibro di Viviani e Totò, rendendolo un elemento storico della Capitale di grande valore.

Su uno spazio scenico realizzato da Luigi Ferrigno che ricrea una piazza indefinita dall’atmosfera buia e arrugginita, simile all’ambiente di un carcere, si muovono quattro ragazzi di quartiere accomunati dalla passione di “giocare a pallone”: Giuseppe (Francesco di Leva) il portiere, Giovanni (Giuseppe Gaudino) l’attaccante, Diego (Giuseppe Miale di Mauro) “quello bravo”, Ciro (Adriano Pantaleo) “quello scarso”. Le loro vicende si succedono seguendo i ritmi di una partita di calcio, con tanto di telecronaca affidata a un radiocronista d’eccezione, l’inconfondibile voce del Napoli, Raffaele Auriemma.

La partita quindi come metafora della vita, e la passione per il calcio come unica soluzione per uscire da una realtà che appare misera e senza speranze. I ragazzi, infatti, sono notati da Tonino (Ivan Castiglione), un giovane boss in ascesa che controlla il giro di spaccio del quartiere, un ragazzo colto, che fa citazioni in latino e che voleva diventare uno storico, velleità che ha dovuto abbandonare per occuparsi, forse a malincuore, dell’”azienda di famiglia”. Con la promessa di comprare loro tutto l’occorrente per giocare, Tonino assolda i ragazzi come vedette della camorra. Il loro compito è di giocare in piazza ed avvisare quando arriva la polizia o qualcuno sospetto, e i quattro, interessati solo a poter giocare, accettano  senza esitare, inconsapevoli di quella che possa essere la loro vera funzione all’interno di un meccanismo molto più grande di loro e che, inevitabilmente, li fagocita. Gli anni si susseguono frenetici, i ragazzi crescono e l’età dell’innocenza cede il passo ad un’amara consapevolezza che li pone di fronte a delle scelte: c’è chi va via e si salva da una vita fatta di espedienti e criminalità, chi invece resta e deve fare i conti con la realtà perché ha moglie e figli da mantenere o perché non ci sono alternative.

I ragazzi sono ormai diventati adulti, ma formazione che scende in campo è sempre la stessa: Giuseppe in porta per parare i colpi della vita, Giovanni schierato in un caparbio quanto inutile attacco contro il boss, Ciro in panchina a fare il braccio destro del capo. E poi c’è Diego con un futuro da brillante giocatore, a testimoniare come la passione possa salvarti la vita, perché seguire un sogno, realizzare un’aspirazione, è l’unica vera speranza di un destino migliore e l’unica possibilità di riscatto sociale.

26/01/2011
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