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"Taci infame" il viaggio nel mondo del giornalismo di Walter Molino
di MARINA INDULGENZA
“Nella vita si può scegliere se essere giornalisti giornalisti oppure giornalisti impiegati”. Si appartenere alla prima categoria quando c’è passione per quello che si fa, quando si ha voglia di dire la verità, stare in strada, fare domande e portare sempre il taccuino in tasca. Ma nei territori dominati dalla camorra, dalla mafia, dalle ‘ndrine, i giornalisti che indagano e denunciano, e che lavorano solitamente in testate locali, magari a nero, magari sottopagati e in condizioni di minorità intellettuale, diventano bersaglio di minacce, intimidazioni e aggressioni. La questione dell’incolumità è, infatti, un fattore molto spesso sottovalutato.
Il giornalista deve poter spiegare i fatti, saper rapportarsi, avere una giusta distanza ma deve essere tutelato perché se si minimizza, si può dare adito ad una serie di pericolose conseguenze.
Walter Molino, giornalista palermitano, in “Taci Infame” edito da il Saggiatore, racconta vite di cronisti raccolte nel suo viaggio in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, un viaggio nella più inquietante periferia dell’informazione italiana, quella del Mezzogiorno, dove raccontare può essere pericoloso, dove né la mafia né l’antimafia sono sempre uguali. L’esigenza di questo viaggio nasce dal fatto che negli ultimi anni sono state innumerevoli le intimidazioni ai cronisti soprattutto nel sud, provando soprattutto di capire cosa accade dopo il momento delle minacce, quando il coro di solidarietà tace e tutto sprofonda nel silenzio più assordante. Merito di questo libro è di aver sottratto dal silenzio e dall’isolamento persone e storie altrimenti invisibili, che per un motivo o per l’altro non hanno “goduto” del sensazionalismo della ribalta nazionale.
Si parte quindi dalla Campania con due importanti testimonianze: quella del giornalista Arnaldo Capezzuto, redattore del Napoli, free press del gruppo E Polis, minacciato dal clan Giuliano per i suoi articoli sull’omicidio di Annalisa Durante, la giovane uccisa per errore durante un agguato di mafia il 27 marzo 2007 a Forcella; e quella di Rosaria Capacchione, la giornalista del Mattino, che da più di vent’anni subisce intimidazioni e minacce di stampo camorristico ed attualmente vive sotto scorta.
In Sicilia, la “terra dei poveri cristi”, Molino incontra Lirio Abbate, giornalista prima del Giornale di Sicilia, poi dell’ANSA e de La Stampa e dal 2009 inviato dell’Espresso. Abbate era l’unico giornalista presente il giorno dell’arresto di Bernardo Provenzano, l’11 aprile 2006 quando la squadra di Polizia fece irruzione nel casolare di Montagna dei Cavalli, dove don Binu, latitante dal 1963, era nascosto. Molino incontra poi Dino Paternostro, corleonese, per anni corrispondente dell’Ora e adesso direttore di Cittanuove-corleone.it e collaboratore de La Sicilia; Nino Amadore redattore de Il Sole 24 ore a Palermo e autore del blog Cinquelire.info; e infine Carlo Ruta, storico di cinquantasei anni di Ragusa, il primo blogger ad essere stato condannato da un tribunale per il reato di stampa clandestina: da dipendente pubblico si era licenziato per poter seguire la sua passione per la storia e la ricerca, distinguendosi per l’enorme impegno civile e per il suo giornalismo di inchiesta che lo hanno portato nel mirino della mafia e delle lobby del ragusano, con richieste di risarcimento danni esorbitanti che gli hanno creato una situazione economica difficile. Adesso scrive per Il Manifesto, Narcomafie e Liberainformazione.org.
In Calabria, i cui principali quotidiani sono La Gazzetta del Sud, il Quotidiano della Calabria e Calabria Ora, “colpire i giornalisti sa diventando un vezzo”. Le minacce della ndragheta ai giornalisti calabresi sono balzate all’occhio della stampa nazionale con Giuseppe Baldessaro, cronista di giudiziaria del Quotidiano della Calabria e corrispondente da Reggio per Repubblica. Gli altri giornalisti sono poco più che sconosciuti per il resto della nazione, ma pericolosi e schedati per le ‘ndrine e i loro boss. Ad Antonio Sisca, Giuseppe Balivo, Lino Fresca, Agostino Pantano, Angela Corica, Michele Albanese (la cui bambina di otto anni è stata etichettata da un compagno di classe come “figlia di infame”) e Antonio Anastasia, la ndrangheta conosce bene ogni spostamento, ricorda ogni parola scritta, incendia le loro automobili, recapita proiettili o spara cinque colpi di pistola contro la macchina parcheggiata sotto casa.
L’ultima tappa di questo viaggio è la Puglia, dove Walter Molino ha incontrato Angelo Ciavarella corrispondente della Gazzetta del Sud da San Severo, e Gianni Lannes, anche lui sotto scorta dal 22 dicembre 2009: bandito da tutte le redazioni, dopo aver lavorato per i principali giornali italiani e per la Rai e La7, si occupa adesso di “criminalità istituzionali”.
02/12/2010
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