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"Una terra spaccata" di Emilia Bersabea Cirillo

20/04/2010 -

Una storia di amore, di tensione verso la bellezza, di ricerca della verità, di attaccamento ai luoghi, che inizia con il riconoscimento di un cadavere e il ricordo di un incontro, quello tra Filippo e Gregoriana, in un pomeriggio di marzo in un albergo di via Chiaia, sullo sfondo di una Napoli sommersa dai rifiuti che tuttavia continua a meravigliare con squarci di raro splendore.

Lo sviluppo dell’evoluzione individuale dei due personaggi e la condivisione di un percorso sono il filo conduttore di “Una terra spaccata”, ultimo libro dell’architetto e scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, edito dalla San Paolo.


Filippo è un ricco decadente che si è ritagliato un angolo di mondo in una stanza di un albergo un tempo di sua proprietà; è un “dodecafonico blasé” che conduce una vita fitta di segreti e di zone d’ombra cui non fa accedere (quasi) mai nessuno, un uomo al “limite tra aria e acqua” con un forte desiderio di diventare terra, perché la sua esistenza è priva di radici fisiche ed emozionali.

Così come i suoi antenati russi, che furono cacciati dai loro possedimenti dai bolscevichi, anche Filippo si sente un senza patria e nonostante affermi che “Sapere di perdere quello che non ci è mai appartenuto non è in fondo una grande perdita”, è in realtà un uomo che ha bisogno di attaccarsi a qualcosa o a qualcuno ma ne è, allo stesso tempo, spaventato perché inevitabilmente quel qualcuno prima o poi dovrà andare via, così come accade per gli ospiti dell’albergo che restano alcuni giorni, stringono legami e poi se ne vanno, aumentando il senso di abbandono.


La personale ricerca di Filippo consiste nel trovare la bellezza nelle cose e nelle persone e non è un caso che lui preferisca rifarsi al concetto di bellezza utilizzando il termine russo krasotà che, da Dostoevskij in poi (il principe Miškin ne “L’Idiota” dichiara che “la bellezza salverà il mondo”) crea un legame misterioso tra il bello e il bene, riprendendo in tal senso l'idea di Platone che “il bello è lo splendore del vero”.


La ricerca di verità sarà appunto il fine cui tende Gregoriana, una geologa che si trova a Napoli con l’incarico di verificare se il Formicoso, un altopiano ventoso in Irpinia, ex riserva di caccia costellato da pale eoliche, macchie di verde e poche case, possa essere un luogo più o meno adatto ad ospitare una discarica regionale. Questa donna ricca di fascino è legata alla terra più di quanto ne abbia la reale consapevolezza, anche se allo stesso tempo vorrebbe assumere la forma dell’aria e liberarsi dalle sovrastrutture di un legame che si trascina e che non ha più nulla a che vedere con l’amore. E proprio il rapporto con Filippo, che percepisce in lei la voglia di verità, la porterà a fare delle scelte: “Filippo mi aveva aperto un mondo. Ne aveva chiuso un altro. Ero rimasta sulla soglia, frastornata. Al mio ritorno avrei varcato quel limite”.


Il superamento di questo limite avverrà quando lei entrerà a stretto contatto con il popolo del Formicoso e soprattutto con le donne che abitano quel luogo, esseri coraggiosi che si battono a difesa di una “povera terra” da cui è impossibile andarsene perché non riuscirebbero a vivere in nessun altro posto. Gregoriana resterà profondamente colpita dall’istaurarsi di questo mutuo sostegno tra la terra e chi ci abita e deciderà di combattere con i mezzi a sua disposizione, ovvero l’indagine scientifica, la costruzione della discarica perché “difendere la terra è come difendere e un amore”.


Con modalità diverse quindi, Filippo e Gregoriana condurranno una loro battaglia per impedire la contaminazione di quel pezzo di terra fatto di silenzio, di vento e di verde in un’Irpinia più volte martoriata, straziata e testimone di abbandoni, di lacerazioni, sfondo di generazioni senza futuro costrette ad andare via: “Venti anni di Svizzera, venti anni di fabbrica”, ma decise a ritornare con dignità perché “non sappiamo dove andare”. È il sud di cui parla Pasolini, il sud dei luoghi e dell’anima dove la tradizione si oppone al concetto di modernizzazione, un sud incorrotto dalle torsioni della società di massa ma anche spazio remoto, sorgente di ispirazione e metafora di un’umanità alla quale si ritorna e alla quale si tende.


L’altopiano viene dunque eletto metafora di un ideale luogo interiore per i due protagonisti che non hanno mai avuto una terra in cui identificarsi e riconoscersi.


Filippo, sebbene con un triste epilogo, deciderà di unirsi ai manifestanti perché sente con loro la condivisione della lotta e del dramma dei suoi antenati: “ i bolscevichi tolsero tutto al nonno […] non ha più visto la sua terra. Qui stanno togliendo la terra per seppellirvi rifiuti”.


Gregoriana farà parte a modo suo del coro tragico delle donne manifestanti, verso le quali prova una sorta di empatia, e nella sua ottica di verità a tutti i costi userà gli strumenti a disposizione per ribadire la non idoneità del sito a discarica, perché dopo essersi liberata di zavorre ingombranti, “Gli amori finiscono. E cominciano. Dipende solo da noi.”, trova finalmente una sua dimensione, uno spazio finalmente tutto suo, perché “Cercare una terra è come cercare un amore.”

MARINA INDULGENZA
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