Gragnano, in scena i “Figli dell’odio”. Quel “luogo comune” chiamato Napoli

Gragnano, in scena i “Figli dell’odio”. Quel “luogo comune” chiamato Napoli

Gragnano, in scena i "Figli dell'odio". Quel "luogo comune" chiamato Napoli

Una scena nuda, ma fin da subito violentata dalle proiezioni di una città, dal traffico e dalle luci che scorrono come il sangue nelle vene. Sangue malato, sangue marcio che stilla lento e costante da decenni e infetta gli uomini fin dall’adolescenza, che li marchia a fuoco e li condanna a morte già prima di nascere. Gli orrori che racconta lo spettacolo teatrale “ I Figli dell’odio” sono paradossalmente una serie di luoghi comuni,una serie di storie che tutti i giorni si leggono sui giornali, tutti i giorni si sentono per la strada, storie che non ci fanno più impressioneLa sensazione che si ha nel seguire i giovani attori in scena è quella di sentire una storia già sentita troppe volte,una storia che si ripete continuamente, da anni, una storia  dove la camorra diventa la legge degli uomini e pure quella di Dio, dove non vi è via di fuga né di speranza.

 La verità però, è molto più amara del racconto stesso, la verità è che per noi tutto questo è diventato “luogo comune”.

Non ci impressiona più sapere che Marisa e Lella sono finite nel cemento, né  che Don Franco è diventato vittima dei suoi stessi peccati, siamo abituati alla legge che non è uguale per tutti e non ci spaventa più.

Ma cosa ci salva allora? A cosa ci aggrappiamo? Cosa può renderci liberi?

I ragazzi come Rocco, che vivono di sogni e di musica, che oggi si chiama rap e 20 anni fa si chiamava rock o reggae, i ragazzi come Rocco che la pistola non riescono proprio ad usarla, che si indignano oggi come ieri, che non si riconoscono in quell’odio, che tentano di  trasformarlo.

I ragazzi come Rocco che perdono tutti i giorni un pezzo ma si ostinano ad andare avanti, i ragazzi stufi di vivere nel luogo comune che si chiama Napoli, i ragazzi che hanno un sogno, che a volte s’avvera e a volte muore.

Il testo, dal linguaggio fortemente contaminato  è tratto da un romanzo di Paolo Giannattasio con la regia di Gabriele Saurio,  a cui è andato l’arduo compito di dover rappresentare  una quotidianità difficile e violenta come la nostra.

 “ I figli dell’odio” è andato in scena al teatro di Sant’Erasmo a Gragnano nell’ambito della rassegna  “Vocazioni Creative”.

Gli attori, impegnati nella piéce teatrale sono Walter Lippa, nel ruolo del freddo e spietato  Dario, Gaetano Aiello vile e soggiogato prete di quartiere imprigionato nel suo passato e Giovanni Rienzo che è riuscito a interpretare con giusto equilibrio la ingenua scelleratezza dei giovani di oggi e il loro desiderio di salvezza.

Nella parte delle vittime le giovanissime Gabriella Iovino e Manuela Raffone a rappresentare le voci di una città impotente che annega nel sangue e nel cemento.

A  Pio Vanacore, giovanissimo rapper stabiese, l’augurio che la sua musica sia motivo di speranza, motivo di riscatto, che sia la chiave di svolta perché questa nostra condizione possa non essere più “Un luogo comune”.

 


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