Salvataggio in Antartide, i dettagli della missione (quasi) impossibile

Salvataggio in Antartide, i dettagli della missione (quasi) impossibile

Compiuta missione di salvataggio in Antartide

Missione compiuta per il salvataggio in Antartide, il più avventuroso e rischio mai tentato nella storia del continente bianco. L’aereo Twin Otter ha di nuovo affrontato 11 ore di volo nel buio e a temperature estreme ed è atterrato in Cile, nell’aeroposrto di Punta Arenas. 

Nella base americana Amundsen Scott aveva recuperato due membri dell’equipaggio che hanno bisogno di un intervento medico impossibile all’interno della base e che adesso saranno ricoverati in una struttura sulla quale la la National Science Foundation degli Stati Uniti, che gestisce la base antartica, mantiene il riserbo. Silenzio anche sulle condizioni di salute delle due persone, entrambe impiegati stagionali dell’azienda Lockheed Martin, impegnati in compiti di logistica.

”Da Punta Arenas, i due pazienti saranno trasferiti in una struttura sanitaria che potra’ assicurargli livelli di cure non disponibili alla base statunitense antartica Amundsen-Scott”, ha aggiunto la National Science Foundation, precisando che non e’ nota la citta’ dove si trova la struttura. Steve Barnet, che lavora nella stazione polare con il gruppo di astronomi dell’universita’ del Wisconsin, ma attualmente si trova negli Stati Uniti, ha lodato la squadra di salvataggio. ”Il coraggio dei piloti nell’effettuare il volo in condizioni estremamente dure e’ stato incredibile e entusiasmante” ha scritto Barnet in una mail. ”L’Antartide e’ un ambiente imperdonabili e punisce qualsiasi negligenza molto duramente” gli ha fatto eco Tim Stockings, direttore delle operazioni della base antartica britannica. 

Un incidente resta l’ipotesi più probabile del problema che ha reso necessaria la missione di salvataggio in Antartide, nella base americana Amundsen Scott, nel periodo più difficile e rischio dell’inverno, con temperature proibitive, venti forti e buio. Non si può comunque escludere nemmeno un problema di tipo psicologico.

”Prima di partire per una missione in Antartide, tutto il personale viene sottoposto a un controllo molto rigoroso e nessuno può partire se emergono problemi fisici o psicologici”, ha detto all’ANSA Antonietta Ravesan, chirurgo in servizio nella base italo-francese Concordia nell’inverno 2014-2015 e oggi in servizio nell’ospedale di Adria (Rovigo). I controlli dei quali parla sono quelli previsti dal Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra) gestito da Enea e Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e analoghi a quelli previsti nelle altre basi del continente bianco.

“Per richiedere una missione di soccorso in pieno inverno, deve essere accaduto un problema di gravità estrema”, ha rilevato. Scartata l’ipotesi di un’infezione (“i germi non possono sopravvivere a temperature così basse”) e quella di una grave intossicazione, che si può comunque risolvere nella base, l’unico problema grave che possa aver coinvolto almeno due persone è un incidente, come un trauma che ha provocato una frattura importante, o forse un’ustione grave. Non si può escludere, infine, nemmeno la possibilità di un problema psicologico, considerando le dure condizioni di isolamento nelle quali si vive in una base antartica durante l’inverno.
Una base in Antartide è come una piccola città, dove servono cuochi, idraulici, elettricisti, e chi sappia gestire i rifiuti solidi urbani. Durante l’inverno il personale delle basi viene ridotto all’osso, ma almeno per la metà è costituito da chi si occupa di logistica. Gli incidenti che possono accadere sono di qualsiasi tipo, dalla caduta all’esplosione, allo scoppio di un pneumatico.


ULTIME NEWS