DISASTRO FERROVIARIO. Il compleanno in ospedale del piccolo Samuele: «Non sa della nonna morta»

DISASTRO FERROVIARIO. Il compleanno in ospedale del piccolo Samuele: «Non sa della nonna morta»

Il bimbo salvato dal treno spegne le candeline in ospedale

Salvato probabilmente dall’abbraccio di sua nonna, in braccio alla quale è stato trovato dopo il violento impatto, il piccolo Samuele ha compiuto oggi sette anni nell’ospedale di Andria dove è ricoverato, in buone condizioni, dopo che il suo treno, ieri nelle campagne tra Andria e Corato, si è scontrato frontalmente con un altro convoglio che viaggiava sulla stessa tratta a binario unico. Il capo dipartimento Salute della Regione Puglia, Giovanni Gorgoni, ha spiegato oggi ai cronisti, nel corso della conferenza stampa tenuta al policlinico di Bari e alla quale ha partecipato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che “il piccolo Samuele è in buone condizioni: rimane la prognosi riservata – ha sottolineato – più per prassi medico legale che per altri motivi”. “Ha solo un po’ di febbricola – ha aggiunto – legata alle infezioni da corpi estranei, come le schegge. Ma non ha fratture o quant’altro”. Samuele non sa che sua nonna è morta. “Adesso è con sua madre”, aggiunge Gorgoni, “ed è tenuto sotto osservazione anche dal punto di vista psichiatrico”. Quanto al suo stato d’animo, conclude Gorgoni, Samuele è “agitato come potrebbe esserlo qualunque altro bambino di 7 anni che col caldo che fa è costretto a stare in una stanza di ospedale che non è il posto migliore e più ospitale per un bambino”.

“Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati. Poi qualcuno ci separa e ci porta in ospedale. L’ho rivisto ora”.

Giuseppina Rutigliani accarezza la mano di Matteo Mascoli: stanno insieme da 40 anni e stavano andando a Corato all’istituto dove è ricoverato il loro figlio disabile. Dovevano pagare la retta. Ora invece sono ricoverati all’ospedale Bonomo di Andria, assieme ad altri 26 sopravvissuti dello ‘Scontro’. Loro ce l’hanno fatta, possono raccontare l’incubo che hanno vissuto e l’orrore che si porteranno dentro per sempre, dopo aver visto certe immagini. Ad esempio quelle che descrive con le lacrime agli occhi Enza, l’operatrice del 118 di Corato. “Quando siamo arrivati c’erano pezzi di corpi ovunque. Ad un certo punto abbiamo visto una donna che era come rannicchiata su se stessa, con le braccia incrociate sul petto. Ci siamo avvicinati e abbiamo capito: tra le braccia stringeva la sua bambina, ha cercato di proteggerla in tutti i modi. Enza non riesce ad andare oltre, dice solo: “le lamiere, le lamiere l’hanno dilaniate”. Al Bonomo i sopravvissuti li riconosci dallo sguardo perso nel vuoto. Dalla labbra che ancora tremano per la paura. Monica Gigantiello sta andando a fare una tac, ha 24 anni. “Ero seduta di spalle, ho sentito soltanto un boato invadere tutto il vagone e poi mi sono ritrovata a terra. Tra noi c’era un signore che lavorava per il 118 e ci ha salvato, è riuscito a farci uscire”.

Cosa hai visto Monica? “Non voglio ricordare, ma non riesco a mandare via tutte le urla”. Sabino, invece, ricorda. Lui è il figlio del vecchio primario del pronto soccorso dell’ospedale di Andria. “Mai avrei pensato di essere testimone di quello che papà mi ha raccontato tante volte, mai avrei creduto di poter vedere così tanto orrore”. E invece non è andata così. “Per miracolo, sono vivo per miracolo. Non mi ricordo nulla, sono vivo per miracolo” butta fuori con un filo di voce Michele, 35 anni. A lui gli è andata bene, solo qualche ferita lieve. Si aggira per il pronto soccorso come uno zombie, qualcono che è tornato da laggiù. Ognuno di quelli che ce l’ha fatta, dicono i medici, è sotto choc. Continuano a ripetere di aver visto decine di cadaveri, di sentire ancora le urla della gente attorno a loro.
 E chissà cosa ha visto, cosa ha pensato, Giuseppe Acquaviva. Chissà se ha fato in tempo a pronunciare qualche parola. Perché la sua morte è pura follia, un maledetto sbaglio. Giuseppe faceva il contadino, era nel suo campo questa mattina. Stava raccogliendo il frutto del suo lavoro. Poi è arrivato lo schianto, le lamiere che si contorcono, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo colpisce in piena testa. E’ un attimo. “Non aveva alcun segno sul corpo – raccontano i medici del Bonomo – solo un buco impressionante in testa. Non c’era nulla da fare”. Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei morti del treno.


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