Napoli, l’eredità di Attila . Eroi e core n’grati col 9 sulle spalle

Napoli, l’eredità di Attila . Eroi e core n’grati  col 9 sulle spalle

Napoli, l'eredità di Attila . Eroi e core 'ngrati col 9 sulle spalle

Dici Nove. La reincarnazione nella Cabala. L’evoluzione dell’uomo nei libri di esoterismo. Il miracolo nel Cristianesimo, le muse di Zeus. Oppure, più semplicemente, la figliolanza nella tombola, come ti ricordano in maniera spiccia ai Decumani, tra il busto di Pulcinella e il capello di Maradona incorniciato a mo’ di reliquia. 

A proposito di calcio, dici nove e ti raccontano mille storie. Fino al tradimento che ancora brucia. Caspita se brucia. Qui nemmeno lo sussurrano il nome. «Higuachi?». Ah sì, «il ciccione», «il traditore rubentino». L’amore è diventato rabbia. I gol dell’orgoglio sono maledetti. «Tutto perché di mezzo c’è la Juventus». 

Dici nove e nel ventre di Napoli aprono il libro dei ricordi, e guarda caso spesso s’incrociano con quelli dei tifosi bianconeri. Che poi qui ce ne sono tanti. Nascosti.

La storia dei 9 inizia negli anni Trenta, cioè quelli «Avanti Diego», quando nel primo match «cifrato» tra Everton e Manchester si decise che quel numero sarebbe stato sulle spalle di un attaccante. O meglio, della punta. E così fu, almeno fino alla venuta del Dio Marketing e ai vezzi annessi, che dalla lista dei mitici 9 azzurri escludono Cavani, il bomber aggrappato al 7. 

Dici nove ai Decumani ti raccontano eroi, bidoni e ovviamente i due «core ‘ngrati» sudamericani. 

Altafini è il primo dei traditori perché nel ’75 la combina davvero grossa in un Juve-Napoli che vale lo scudetto. «E chi se lo scorda». Il ciuccio insegue la zebra, l’ex azzurro (71 gol in 180 gare tra il ’65 e il ’72) entra pochi minuti e segna il 2-1 all’88’. La Juve scappa a più 4 e addio tricolore. Sul cancello del San Paolo, si racconta, qualcuno scrive: «José, core ‘ngrato», il titolo più azzeccato per un capitolo amaro.

Di Higuain si sa tutto. E la ferita è ancora aperta. Di lui restano le maglie a brandelli nei cassonetti, le foto strappate, gli insulti social. 

«è scappato di notte», in silenzio, in fuga da un popolo ai suoi piedi che l’aveva infilato tra due icone sacre. Tra Diego e San Gennaro. 

«Avesse detto lui le parole del fratello-procuratore sarebbe stata un’altra cosa», dicono i tifosi. Forse Napoli si sarebbe schierata con lui, contro il presidente, come fu nei giorni tesi tra Diego e Ferlaino. Magari avrebbe costretto De Laurentiis a scucire soldi per un Napoli più competitivo, o magari sarebbe andato via uguale, però non avrebbe intaccato magìe e ricordi. Men che meno il record di 36 gol (l’ultimo da cineteca) in un solo campionato, come nessuno mai, più di Nordahl, che ne fece 35 nel tra il ’49 e il ‘50. 

Centoquattro partite e 71 gol. «Guarda caso, proprio 71». E nel ventre di Napoli ti ritirano in ballo la tombola con un ghigno. Ma ormai è andata come è andata. «Peggio per lui» che «ha peccato di stile». E «mica come Attila». Quelli sì che erano «signori di un pallone» che aveva un cuore oltre al portafogli. 

Ecco. Dici nove e ti citano Attila. Il pioniere di quel numero di stoffa cucito sulla maglia di lana. Il suo nome è stampato su un cartello a Ponticelli, periferia est della città, terra di povertà, camorra e case popolari. Via Attila Sallustro inizia nel rione nel rione De Gasperi, oltre la stazione Circum, davanti alla parrocchia dei Santi Pietro e Paolo. Un vialone d’asfalto che s’infila tra aiuole spelacchiate e cubi di cemento con finestre che sono occhi che scrutano. Si ferma un ragazzo in moto: «Certo che ho letto di Sallustro, lui non era come quella “bip” di Higuain». Rieccoci, solito ritornello di un amante tradito. «Ma hai visto quanto è diventato? A Torino si farà anche la panchina». Analisi colorita, in parte condivisibile. Del resto, siamo un Paese di santi, poeti, navigatori ed esperti di calcio. Soprattutto quando c’è da fare pronostici. 

Eccone uno. «Gabbiadini farà più gol di lui», dice il ragazzo esperto. Lui è il Pipita. Gabbiadini il futuro che non poteva ricominciare meglio: 4 gol sotto gli occhi sgranati di De Lurentiis, che ha scoperto di avere un altro tesoro in soffitta.

Il 9 di Sallustro, però, non lo indosserà Manolo ma Milik, due volte in ogni gara. Perché il marcantonio polacco da 30milioni (32 gol con l’Ajax) ha scelto il «99» evitando una maglia che scotta. 

Del resto, considerando che non ci si può più fidare di nessuno in questo calcio di milioni, la leggenda della 9 resta una storia per pochi.  

Per Attila, appunto. Lo scugnizzo paraguaiano di Asuncon che a 12 anni giocava a  calcio solo per combattere i malanni reumatici. 

Novant’anni fa esatti, Giorgio Ascarelli lo sceglie come simbolo del Napoli che nasce. Oltre 100 gol in 258 partite tra il ’26 e ’37, ma anche una multa per scarso impegno. Attila il “veltro”, Attila il “leviero”, un 9 ideale: gol e magìe in cambio di orologi, abiti di seta e una Balilla 521. Perché suo padre non vuole soldi dal calcio. Un rapporto viscerale con Napoli, tanto che quando Lucy d’Albert, la sua donna, decide di trasferirsi nella capitale, lui resta sotto il Vesuvio e diventa il primo napoletano azzurro di Vittorio Pozzo, anche se vivrà sempre nell’ombra di Meazza. 

Quando il levriero muore (a 75 anni) il 9 è sulle spalle di Ramòn Diaz in uno degli ultimi Napoli «Avanti Diego». In panchina c’è Bruno Pesaola, anche lui exnuove azzurro, argenetino di Buenos Aires che più o meno trent’anni prima aveva infilato 27 gol in 240 gare. 

I suoi erano stati anche gli anni di Hans Olof Jeppson (52 gol in 112 partite). Hasse, o meglio «’o Banco ‘e Napule», costa 105 milioni di lire al presidente-sindaco Achille Lauro. Uomo dei gol impossibili e degli errori madornali, per questo ispiratore di maledizioni che sono rimaste nel gergo napoletano. Gol in campo, litigi con il presidente fuori. Vuole giocare in squadre attrezzate per lo scudetto, ma almeno lui finisce al Torino, e Napoli addirittura esulta quando segna una doppietta nel derby della Mole del ’57 finito 4-1 per i granata. 

Da Jeeppson a Luís Vinicio de Menezes, in brasile Vinícius, a Napoli «’o Lione». Un altro 9 doc. 

è il calciatore borghese che fiorisce nel Botafogo con Garrincha, che Lauro porta a Napoli per 55 milioni e un pranzo sullo scoglio di Megaride, con il castel dell’Ovo alle spalle e la città di fronte. Segna 69 volte in 152 gare e alla fine della storia su uno striscione c’è scritto: «vendetevi l’anima, non Vinicio». 

La sua è una favola. Il primo gol (18 settembre ‘55) al Collana contro il Toro: «Calcio d’inizio, Amadei indietro per Castelli, lancio di 30 metri, diagonale di destro di Vinicio e lo stadio che esplode». Tutto in 40 secondi, o forse meno. Altro gol da predestinato nel ‘59, all’inaugurazione del San Paolo (6 dicembre): semi-sforbiciata imperdibile e l’odiata Juventus umiliata 2-1 davanti a 80mila persone in delirio. E se segni gol così ai rivali di sempre diventi leggenda di diritto (come Renica, il difensore che nell’88 cacciò i bianconeri dalla Coppa Uefa e spianò la strada per il trionfo di Stoccarda). Ma quello che il calcio dà, poi toglie. E quando Altafini regala alla Juve uno scudetto che Napoli aveva inseguito per tutto l’anno in panchina c’è proprio Vinicio che incassa 2 sconfitte con i bianconeri: 6-2 in casa e 2-1 al ritorno, con la beffa di «core ’ngrato». Però il suo Napoli fa scuola. Calcio all’olandese, visioni d’avanguardia e spettacolo. Una magìa che si dissolve durante il calciomercato del ‘75. 

Al Bologna vanno Clerici e la metà di Rampanti oltre a 1,4 miliardi, al San Paolo, arriva Beppe Savoldi, «mister 2 miliardi», altro 9 storico. Vinicio non è in linea e va via, Ferlaino invece si frega le mani davanti a 75mila abbonati e 3 miliardi d’incasso. Operazione geniale dell’ingegnere che metterà sotto contratto il Dio del calcio. 

Savoldi segna 55 gol ma soprattutto rifila un poker alla Juve (5-0 nella Coppa del ’78), che già da sè è un pass per entrare nella storia dei nueve.

Eroi e leggende, bidoni e core ‘ngrati. E poi lui, Antonio de Oliveira Filho, semplicemente Careca. Che vuol dire pelato, come il pagliaccio brasiliano che spaventava i bambini. Segna 73 gol in 164 gare, ma sono le più belle della storia azzurra. Quelle della Ma.Gi.Ca, dell’industria dei gol, dello scudetto e della Coppa Uefa. «Quel Napoli di Maradona e Careca guardava il mondo dall’alto», ricordano ai Decumani. E via a memoria: «Giuliani, Ferrara, Francini, Alemao, Renica, Fusi, De Napoli, Careca, Maradona, Carnevale». 


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