Salerno piange il suo cavaliere: addio a Peppino Amato

Salerno piange il suo cavaliere: addio a Peppino Amato

Salerno piange il suo cavaliere: addio a Peppino Amato

SALERNO – Si è spento poche ore fa nella sua abitazione di Castellabbate Peppino Amato. Il “cavaliere”, fondatore dello storico pastificio che portò alla ribalta mondiale il nome della città di Salerno, è morto a 91 anni dopo un malore. Originario di San Cipriano Picentino, nel 1951 rilevò con lo zio Antonio la casa di pastai salernitani “Rinaldo & C.” creando un vero e proprio impero nel commercio con il pastificio Antonio Amato, simbolo dell’Italia nel mondo, che gli permise di ricevere il riconoscimento di Cavaliere del Lavoro. Negli ultimi anni, poi, la crisi dell’azienda costrinse la sua famiglia ad abbandonare un impero andato in declino e rinato soltanto negli ultimi anni.

Così Gigi Casciello lo raccontava nel 2012 su Iconfronti.it:

La vita scandisce i giorni in maniera impietosa, sa essere ciclica, persino ripetitiva. Ed alla fine presenta il conto e lo fa mantenendo fede al senso dei giorni. Nel giugno del 1958, era il 25, veniva costituita a Salerno la Antonio Amato & C. Molini e Pastifici Spa, nel giugno di 54 anni dopo si abbatte la mannaia della giustizia sull’erede prediletto, su colui che avrebbe dovuto rappresentare la continuità aziendale e della famiglia: Giuseppe Amato junior.

Peppino, lo chiamano tutti così, come chiamano anche il nonno, il Cavaliere al quale lo zio Antonio, il fondatore dell’azienda, aveva affidato il destino del pastificio, non ce l’ha fatta. Troppo fragile, troppo complesso l’ingranaggio aziendale nell’età della crisi dei consumi, e forse troppo debole lui, nel rapporto con quanti si erano avvicinati all’azienda con la promessa di un salvataggio che alla fine si è rivelato un abbraccio mortale. Certo, il crollo dei consumi ha avuto il suo peso ma è sconcertante come l’azienda simbolo di Salerno, una delle più affermate in Italia e nel mondo nel settore pastaio, si sia sbriciolata sotto un mare di debiti nel giro di non più di sette anni.

Appena nel 2006 il nome della Pasta Amato era legata in qualità di sponsor a quello della nazionale di calcio che con la guida di Lippi conquistò il mondiale in Germania. Poi l’eclissi, l’azzardo di percorrere la stessa strada del fondatore Antonio che nell’Italia del dopoguerra decise di costruire e vendere in proprio gli appartamenti costruiti dove un tempo c’era il vecchio mulino su corso Garibaldi nel cuore di Salerno. Dopo 50 anni nelle pieghe dell’ordinanza di custodia cautelare si legge invece che gli Amato avrebbero deciso di far da sé con la Amato Re srl perché, nonostante i molti incontri con imprenditori campani disponibili ad investire e realizzare un parco residenziale sull’area dell’ex pastificio, non sarebbe stata avanzata alcuna offerta che mettesse l’azienda madre in condizione di avere la liquidità necessaria e ripianare le perdite.

Chi conosce bene le vicende interne alla famiglia Amato assicura invece che qualche proposta che avrebbe messo in condizione il pastificio di entrare in possesso dei venti milioni di euro necessari, senza indebitarsi con le banche, sarebbe stata avanzata. Ma nell’occasione sarebbe stato fatale il peso assunto da Giuseppe Amato junior nelle decisioni. Senza dimenticare che il via libera del Comune, altro elemento non trascurabile, sarebbe arrivato solo di fronte ad un progetto di grande attrattiva. Nacque così l’idea, non meno sciagurata, di affidare l’incarico del progetto all’archistar Jean Nouvel. Ora dicono che il progetto andrà avanti lo stesso nonostante il fallimento della “Amato Re srl” perché chi aveva versato anche l’anticipo per acquistare casa avanzerà una proposta di acquisto dei suoli. Si vedrà.

Di sicuro sono lontani i tempi della simbiosi assoluta tra il Pastificio Amato e Salerno. Il Cavaliere Giuseppe Amato non si tirava mai indietro. Fu lui ad evitare il primo crac della Salernitana calcio, unico vero motivo per cui a Salerno ci si esalta o ci si deprime, negli anni Ottanta quando promosse e guidò la Fisa, una finanziaria alla quale aderirono i più importanti imprenditori della città. Ma naturalmente l’impegno finanziario più importante fu quello di Giuseppe Amato che non fece mancare anche l’intervento del Pastificio come sponsor.

E perché dimenticare e tacere che a Salerno per decenni non c’è stata iniziativa che non chiedesse ed ottenesse l’intervento del Pastificio: dalla sagra alle iniziative sociali, dalla pubblicità su qualsiasi iniziativa editoriale venisse intrapresa a quelle della Chiesa locale. E poi gli interventi a San Cipriano Picentino, paese natale degli Amato, dove da sempre il pastificio ha sostenuto finanziariamente un asilo intitolato a Domenico Amato, l’unico figlio maschio di Antonio, il fondatore, morto prematuramente. Di lì la decisione di affidare le sorti del pastificio e della famiglia al nipote Giuseppe che avrebbe poi sposato la cugina Maria, figlia di Antonio. L’altra figlia, Anita, andò in sposa a Filippo Menna, figlio di Alfonso Menna, indimenticato sindaco di Salerno dal 1956 al 1970.

Giuseppe Amato, don Peppino per tutti, seppe ripagare la fiducia dello zio. E la crescita ed il successo furono la sua fortuna: scalata alla finanza che conta (anche una lunga presenza nella Banca del Cimino), nei salotti buoni con la nomina a consigliere di amministrazione dell’Edime, ex editore de Il Mattino prima che il quotidiano passasse a Caltagirone, un lungo corteggiamento della politica che lo voleva anche presidente della Regione Campania, il rapporto solido con i nuovi della seconda Repubblica, consolidato con l’elezione a parlamentare dell’allora genero Franco Di Comite nelle fila di Forza Italia.

Al cavaliere Amato non è mancato qualche incidente di percorso: il nome iscritto nella P2, i guai giudiziari procurati dal nuovo stabilimento nella zona industriale per l’inchiesta sull’Asi condotta nel ’98 dall’allora sostituto procuratore di Salerno Filippo Spiezia.
Ma prima ancora i dolori, la morte del figlio Mimmo nel 1986, quella della moglie Maria e per ultima la fine della figlia Gabriella, stroncata da un male che non perdona, meno di un mese fa. Ed ora per don Peppino, in un giorno di fine giugno, esattamente come nel ’58 quando entrò in uno studio notarile per costituire la società del Pastificio, un altro colpo, terribile: gli arresti domiciliari per Peppino, il nipote prediletto, il figlio di Mimmo, che forse aveva più amato tra i figli,  il più geniale ed il più ribelle.

Tutto inizia e tutto finisce ma che fastidio ascoltare i commenti a mezza bocca, gli sfoghi moralisti su internet, le sentenze emesse senza processo. E che strana sensazione leggere nell’ordinanza di custodia cautelare i giudizi morali sugli indagati con aggettivazioni che un magistrato dovrebbe risparmiarsi, condanne inappellabili nonostante non si sia nemmeno giunti ad una richiesta di rinvio a giudizio.
Ma questo è il Paese in cui viviamo. Un’Italia smemorata, sempre alla ricerca di nuovi eroi, di capi da rinnegare e mettere a testa in giù, di un insaziabile affrancarsi per un incontrollato plebeismo.
E questa è anche la storia degli Amato, la famiglia che a Salerno diede lavoro ed onore e che ora il popolo smemorato ha già condannato alla vergogna.


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