GALIGANI. Giovani, quando le regole creano una “fabbrica di disoccupati”

GALIGANI. Giovani, quando le regole creano una “fabbrica di disoccupati”

Giovani, quando le regole creano una "fabbrica di disoccupati"

In fuga dal calcio italiano. Le recenti dichiarazioni di un giovane calciatore, deluso dal comportamento riservatogli dalla sua Società, hanno fatto velocemente il giro del web. Sull’argomento si è acceso un dibattito interessante. L’argomento sul calcio giovanile sta diventando sempre più scottante. Emerge una realtà preoccupante sull’assurdità dei regolamenti che impongono l’utilizzo dei giovani nei campionati di “settore”, di Lega Pro e di serie D.

Stendiamo un velo pietoso sulle giovanili di serie A e B. L’invasione di calciatori stranieri è strabocchevole. Continuando su quelle strategie risulterà sempre più difficile, per i ragazzi italiani, imporsi nel professionismo maggiore. Viene da interrogarsi sull’utilità, in proiezione futura, delle tantissime scuole calcio che proliferano sul territorio nazionale.

Nella terza serie professionistica Gabriele Gravina sta cercando di ottimizzare la situazione. La lista degli “over” (per questa stagione i nati antecedentemente a 1 gennaio 1994) attualmente bloccata a 16 elementi verrà ulteriormente ridotta a 12 nel prossimo futuro. Nella ripartizione del denaro proveniente dai diritti televisivi (ex legge Melandri) saranno privilegiate quelle Società che faranno maggiormente ricorso all’utilizzo degli “under”. Dal conteggio saranno esclusi i calciatori provenienti da federazioni straniere.

Negli intendimenti del suo presidente la Lega Pro deve ritornare al suo ruolo d’origine. Un’officina per valorizzare i giovani del territorio. Il campionato dove dare spazio alle giovani leve del calcio italiano. Dove si possano nuovamente scovare, in categoria, quei talenti che in passato hanno contribuito, in modo sostanziale, ai successi della nostra nazionale di calcio. Si può, ragionando a sistema con le altre Leghe, in previsione di una riforma ai campionati che deve risultare di crescita costruttiva per tutto il movimento.

Le note dolenti, sull’utilizzo obbligatorio dei giovani, vengono dai campionati di serie D. Quattro ragazzi, in età tra i diciotto ed i venti anni, debbono essere sempre in campo. Quest’anno la moda imperversava sulla ricerca dei portieri nati nel 1998 (!?!). Il ruolo più delicato di una squadra affidato all’inesperienza di un ragazzino.

Un regolamento assurdo. Una vera e propria fabbrica dei “disoccupati” al passaggio in età di “over”. Perché la maggior parte di quei ragazzi che vengono mandati in campo, perché imposti dai regolamenti, non hanno spesso qualità e caratteristiche tecniche per emergere.

Salta all’occhio palesemente, nello specifico, l’incapacità dei dirigenti istituzionalmente preposti. Dopo anni in cui si è dimostrata, in tutta la sua gravità, l’inadeguatezza di questa norma, si continua pedissequamente a sbagliare. Non esistono idee alternative nel tentativo di migliorare ed elevare la qualità del prodotto tecnico. Non si riscontra la volontà di migliorarsi. Che dire, per esempio, di una lista bloccata degli “over” intesi come quelli che hanno superato il 25esimo anno di età. Escludendo definitivamente dalla categoria tutti coloro che hanno compiuto il 31esimo anno?

Si abbasserebbero i costi di gestione e nel tempo si potrebbe migliorare la qualità professionale dei giovani.

Discorso a parte, nell’utilizzo del giovani, meritano poi coloro che viaggiano con lo zainetto. I figli di papà. Quelli di poco valore che giocano anche per soddisfare la passione dei genitori. Ogni “scarafone è bello a mamma sua”, si usa dire spesso. Ed allora a costo di impegni economici, anche notevoli, si cerca di imporre la presenza in campo di ragazzi dalle condizioni tecniche inadeguate. Il loro utilizzo è spesso limitato a concordate presenze di pochi minuti. Non hanno alcuna possibilità di carriera sportiva ed al limite di età si smarriscono in campionati dilettantistici ancor più inferiori. Abbassano la qualità, ma fanno comprensibilmente “gioco” nella copertura delle spese di gestione e in periodo di generale crisi economica, come quella attuale, ogni fine giustifica il mezzo.  

In fin dei conti, come dicevano nella Roma antica ed ancor più in quella attuale: pecunia non olet!


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