Napoli. Omicidio Esposito, ecco perché il boss fu ucciso

Napoli. Omicidio Esposito, ecco perché il boss fu ucciso

Omicidio Esposito, ecco perché il boss fu ucciso

Quattro ordinanze di custodia cautelare. Tre provvedimenti in carcere, uno ai domiciliari (in località protetta). È questo il bilancio dell’operazione condotta dalla squadra mobile di Napoli al termine delle indagini sull’omicidio di Pietro Esposito, il boss del rione Sanità assassinato il pomeriggio del 14 novembre scorso. È una ricostruzione precisa, attenta quella fornita dal gip Francesca Ferri nelle cinquanta pagine di provvedimento notificato all’alba di ieri dagli uomini del primo dirigente Fausto Lamparelli. In manette sono finiti Luigi Cutarelli, considerato dagli inquirenti l’esecutore materiale. Un killer freddo, spietato. «Maligno», come lo descrive il gip, al punto da essere soprannominato dagli affiliato «tumore». C’è poi Ciro Perfetto, classe 1996, l’uomo incaricato di guidare lo scooter Yamaha T-Max con cui è stato intercettato il boss Pierino. Infine Rosario De Stefano, 41 anni. Rapinatore seriale, consumatore abituale di cocaina, De Stefano è il «gancio» al rione Sanità, l’uomo che fornisce l’appoggio per i killer. L’omicidio si consuma in pieno pomeriggio; i sicari vengono dotati di due pistole. Si tratta di una semiautomatica calibro 9×21 e di una calibro 45, «Lo devi uccidere con questa» sentenziò il padrino. Sì, perché in questa storia c’è un mandante. È stato proprio lui a confessare l’omicidio, a descriverne le fase e il movente. Lui, Carlo Lo Russo. «Quello mi aveva mancato di rispetto, era andato a sparare contro le finestre del mio braccio destro Giulio De Angioletti». Il pubblico ministero registra le parole di «Carlucciello», boss del clan di Miano. È stato lui, dopo la scarcerazione avvenuta nel luglio del 2015, ad inaugurare la stagione dei morti ammazzati. Una scia di sangue che ha fatto contare almeno cinque vittime. Ma c’è un momento, nel racconto del padrino di via Janfolla, che si lega alla sua scelta di collaborare con la giustizia. E che rivela anche nuovi aspetti investigativi. Carlo Lo Russo è innamorato. Ha perso la testa per una donna. Sarà lei a metterlo in contatto con Rosario De Stefano, il «filatore» del delitto Esposito. Ancora lei a metterlo in guardia sulla scarsa affidabilità del rapinatore («È un tossico»). Lo Russo lo ricompenserà per il ruolo ricoperto nell’omicidio con 1000 euro in contanti e una «pippata di cocaina buona». Sempre lei, la nuova donna del boss, a convincerlo attraverso un rapporto epistolare a pentirsi. La decisione viene presa dopo un incontro avuto in carcere tra Carlo Lo Russo e la sua amante. Incontro al quale la donna è riuscita a partecipare mostrando il documento d’identità di una nipote del ras. «Sono stata fortunata, gli agenti della Penitenziaria non hanno visto la foto» racconta al pubblico ministero. Sì, perché lei – innamorata del boss – ha deciso di «seguirlo in questa scelta». È lei la destinataria del quarto provvedimento di arresto, un’ordinanza di custodia agli arresti domiciliari in località protetta. «Mettetela al sicuro, ci sono libero ancora un paio di miei ragazzi che se lo sanno l’ammazzano» chiede Lo Russo.


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