Ecco quanto costa un piatto di pasta in carcere

Ecco quanto costa un piatto di pasta in carcere

Ecco quanto costa un piatto di pasta in carcere

Si inizia con l’acquisto della bombola di gas da 190 grammi dotata di un fornelletto con bruciatore. È questa la “cucina” del detenuto. A Poggioreale il “Provvidus” (questo il nome dell’articolo) viene pagato 2,05 €, all’esterno 1,15€. Poi si passa alla pasta; il menù della serata-tipo prevede penne in bianco con tonno. Un pacco da mezzo chilo costa nello spaccio del carcere 0,66 €, venti centesimi in più rispetto a un discount. Il tonno, nella confezione da 80 grammi, viene venduto a 0,90 € (+12 centesimi). Si passa a pentole e padelle. Entrambe si acquistano con la modica cifra di 15 euro e 98 centesimi (+6 €). Ma per consumare la cena è necessario avere piatti e posate. Una confezione da 100 di “fondi” costa  3, 35 € (a fronte di 1,50 € in un supermercato all’esterno), i cucchiai in plastica “appena” 75 centesimi. Ora la pasta al tonno può essere servita, accompagnata da una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo (60 centesimi).  Lo scontrino, ma sarebbe più opportuno parlare di “conto”, finale della cena in cella segna il totale di 24,29 €. Il carcere, si sa, è fatto di regole. Una di queste prevede un massimo di disponibilità economica per il detenuto. La cifra che ogni recluso può avere con sé è di 150 euro mensili. «Naturalmente questo discorso vale per chi i soldi ce li ha». A parlare è Pietro Ioia, un uomo divenuto il simbolo della lotta per i diritti dei detenuti. Un quarto della sua vita l’ha trascorsa dietro le sbarre, il resto la passa denunciando soprusi e angherie, uno su tutti lo scandalo della famigerata “Cella Zero”. «È sconvolgente quello che avviene a Poggioreale per quanto riguarda il sopravvitto – spiega Ioia – i prezzi nello spaccio interno in alcuni casi superano le tariffe dei supermercati “esterni” e tutto ciò in pieno conflitto con il calmiere previsto per gli appalti con enti dello Stato». Sì, perché il market interno alla casa circondariale è gestito da una ditta («Saranno più di 20 anni che l’appalto viene vinto da loro», commenta Ioia) a seguito di una regolare gara d’appalto. Il confronto, però, con i prezzi imposti da altri esercizi commerciali rivela delle anomalie. La “cena del detenuto” a base di pasta e tonno lontano dalle sbarre sarebbe costata 10,59 €. Meno della metà. D’altra parte è bastato visitare un supermercato (nello specifico uno dei centri della catena “Sole”) per rendersi conto dei prezzi fuori-piazza degli articoli messi in vendita nella casa circondariale napoletana. «Molti detenuti, una volta usciti da Poggioreale, hanno lamentato anche la scarsa qualità dei prodotti. Il tutto in barba alle direttive del Dap che prevedono verifiche sui generi in vendita. Ho inoltrato queste lamentele al direttore del carcere» conclude Pietro Ioia. “A che bell’ò cafè, pure in carcere ‘o sanno fa” cantava De Andrè nel 1990 con la sua “Don Raffaé”. Tempi lontani. Il caffè, oggi, costa quasi due euro a tazzina, «E non è nemmeno buono».


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