Ultimo stadio, così la gente si allontana dall’Arechi

Ultimo stadio, così la gente si allontana dall’Arechi

Ultimo stadio, così la gente si allontana dall'Arechi

Chissà cosa avrà pensato Steve, 63 anni, una vita spesa in giro tra gli stadi di mezzo mondo. È uno dei 10 ultras del Liverpool che domenica scorsa hanno fatto tappa all’Arechi, per il derby Salernitana-Benevento. I supporters granata li hanno accolti a braccia aperte, e loro sono andati via quasi commossi da tanta ospitalità. 

Steve era il “senatore” del gruppo, per anagrafe, per storia, per militanza. Lui i Reds li segue ovunque, in casa e in trasferta. E gli stadi inglesi li ha conosciuti già prima della rivoluzione dell’allora primo ministro Margaret Thatcher, al secolo “la lady di ferro”, che stroncò gli hooligans con la repressione avviando di fatto quel processo di trasformazione delle strutture: via le barriere, ognuno sul proprio sediolino, e tutto a spese delle società. 

Lo chiamano “modello britannico”. Spesso lo si confonde con la demagogia e l’illusione della panacea d’ogni violenza attorno al calcio – non è propriamente così, né Oltre Manica né altrove -, però ha rappresentato di sicuro il punto di discontinuità storica sotto l’aspetto dell’impiantistica. L’inizio d’una nuova era. 

Era l’alba degli anni Novanta, ma tutto era cominciato un lustro prima, dopo la tragedia dell’Heysel (nella nefasta finale di Coppa Campioni tra la Juventus e il Liverpool, la squadra di Steve, giocata lo stesso, pure con 39 morti). L’Inghilterra decise d’obbligare i club a ristrutturare gli stadi con un investimento di 350 milioni di sterline, privatizzandone la gestione, introducendo gli stewards (solo omonimi dei “poveri” ragazzi che per 30 euro a partita in Italia svolgono ruoli – non per colpe proprie ma del “sistema” – ancora molto indefiniti). Da allora le “case del calcio” nel Regno Unito diventarono circoli virtuosi per le squadre e le rispettive proprietà: musei, attività commerciali, attrazioni, ma soprattutto funzionalità e comodità. 

Sì, l’avrete (ri)letta già mille volte, questa storiella che sembra fare il verso al celebre “Viva, viva, viva l’Inghilterra” che Baglioni cantò quando la Thatcher era ancora un “semplice” ministro dell’Istruzione, però aiuta a capire il livello d’arretratezza su cui da qualche giorno Salerno s’interroga, con inquietudine e sconcerto, nel vedere le condizioni in cui è ridotto l’Arechi. «Voglio più gente sugli spalti», grida patron Lotito, che ha pure le sue ragioni, al netto della discutibile premessa che i 15mila visti domenica scorsa, per Salernitana-Benevento, siano pochi in una dimensione come la serie B in cui si contano sulle dita d’una mano le società che raggiugono – occasionalmente – numeri di spettatori a cinque cifre (particolare sottolineato con grande lucidità dal socio e cognato Mezzaroma, che da qualche mese è pure consigliere della Lega cadetta). 

La verità è che anche il popolo granata potrebbe, e magari vorrebbe, fare (molto) di più. Però quali sono i reali motivi che spingono oggi un appassionato allo stadio con il nome da principe?

La domanda dalle cento pistole ha un’unica concreta risposta: la fede. Ch’è sola contro tutti. Al massimo può esser incentivata, a seconda del momento, dall’andamento della squadra. Quel che resta della situazione generale, invece, è una raffica di “contro” che soltanto con stucchevole superficialità può esser etichettata come una sfilza di “scuse”. A voler restare all’ultimo derby dell’Arechi, in tanti, tra i presenti, quei disagi li hanno vissuti e raccontati. Molti altri, assenti per scelta, li conoscevano sin troppo bene, al punto da restar a casa senza rimpianti. 

Metropolitana chiusa – proprio in una delle poche occasioni in cui l’infrastruttura può rivelarsi fondamentale -, come alcune delle principali arterie di collegamento con lo stadio. Per motivi d’ordine pubblico, certo, vista la presenza di 2mila tifosi beneventani, ma senza immaginare il più semplice dei possibili rimedi: dei bus-navetta per snellire il traffico. Paralizzato. Sia all’andata che dopo il 90esimo. 

Non solo. L’area parcheggi è una giungla. Un effetto domino. Ché se l’auto, specie in una giornata di pioggia, è l’unico mezzo di trasporto per arrivare a destinazione, va da sé che da qualche parte bisognerà pure lasciarla. Chi s’affaccia nel piazzale di via Allende già poco prima del fischio d’inizio s’accorge d’una situazione paradossale. Vetture – regolarmente posteggiate negli spazi delimitati dalle strisce blu – chiuse da ritardatari in sosta ch’è persino eufemismo definire “selvaggia”, ché tanto la partita sta per cominciare, e se per caso qualcuno deve andar via prima, beh, sono “cavoli suoi”…

La contraddizione del parcheggio con doppia tariffa, poi, è grottesca solo a vederla con stato d’animo sereno. Si acquista il grattino dagli addetti di Salerno Mobilità, si esce dall’auto e arriva l’abusivo che chiede «un caffè», e siccome quasi tutti temono che il fatto di non vederselo “offrire” possa renderlo “nervoso”, ecco che il prezzo della sosta raddoppia. I tifosi-automobilisti denunciano la cattiva abitudine da anni, però nessuno sente né recepisce. 

Pazienza. Intanto s’entra all’Arechi. Però piove, e non tutti hanno la “grinta” degli ultras che sotto il diluvio cantano più forte. Nei Distinti, per esempio, oltre agli ospiti di Liverpool capeggiati da Steve, ci sono tanti sostenitori che cercano riparo nei (pochi) posti al coperto. 

Da tempo immemore, ormai, in tutti i settori dello stadio (cui di principesco resta soltanto il nome), tranne che nell’anello inferiore della Tribuna, di sediolini non ce ne sono più (l’unica speranza di riaverli è l’Universiade campana del 2019). E allora tutti in piedi. Pure anziani, bambini e supporters che per la Salernitana sacrificherebbero tutto ma che, ancor prima che il derby inizi, cominciano a rimpiangere il tepore del proprio divano, e il comfort d’una diretta Sky da godersi in pantofole. 

A farla breve: nessuna comodità, tanta fatiscenza. Per tradizione, a dirla con l’antico adagio in rima baciata, “con la pioggia o con il vento i granata battono il Benevento”, e allora almeno il campo dà un motivo di sollievo. In 13mila (i 2mila sanniti un po’ meno) se ne tornano a casa felici, o meglio, si (ri)mettono sulla strada che porta a casa. Perché dall’imbuto che si crea nel piazzale dell’Arechi non si esce mica così, con disinvolta sveltezza. Traffico congestionato, modello tratto autostradale Barberino del Mugello-Roncobilaccio (o, a restar nei confini cittadini, modello Luci d’Artista nei giorni da maxi-esodo). 

In auto, la radio che “fa compagnia” passa le parole di patron Lotito: «Mi aspettavo molti più tifosi». Quando sfuma l’intervista, i presenti sono ancora lì, nella coda chilometrica di via Allende. 

Il vecchio Steve da Liverpool beve un’altra birra e canta con i suoi (nuovi) amici salernitani. S’è divertito, come ad Anfield Road. Eppure sarebbe bello sapere, di tutto il resto, cosa avrà pensato…


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