De Luca, prime crepe. Il feudo scricchiola e i figli non decollano

De Luca, prime crepe. Il feudo scricchiola e i figli non decollano

De Luca, prime crepe nel suo feudo

«Questo Referendum è stato come ‘o pallone. De Luca è la Juve. Eh sì, la Juve: in Italia non perde mai, e pur di gioire per una sua sconfitta i tifosi delle altre squadre di serie A il mercoledì sera la “gufano” in Champions». Il barista del quartiere Pastena non ammette il “tradimento”. Ché «’o sindaco», in tanti a Salerno lo chiamano ancora così, per lui «non ha perso». Anche se il luogo del delitto ce l’ha lì di fianco. Nella scuola a pochi passi dal suo locale, nel cuore della zona orientale, patria – a dirla con deluchiana definizione – dei «ragazzi dei quartieri», il “no” ha sbancato. Il seggio ha smobilitato, l’istituto ha riaperto ieri, gli studenti sfilano al bar a comprare cornetti e lui, mentre serve caffè al bancone, dà la sua personalissima lettura del voto: «Mica era un’elezione “vera”? Sennò non c’era partita. De Luca qui è sempre De Luca». Pure se il responso dell’urna, stavolta, ha detto altro. Persino all’ombra del Castello d’Arechi.

 

Espugnato il fortino. «S’è votato per le amministrative appena qualche mese fa, e la schiacciante vittoria di Enzo Napoli a giugno è stata la conferma del consenso ch’è stato conquistato con anni di buon governo», ha detto a caldo e ripetuto a tiepido un altro De Luca, Piero, il primogenito del Governatore della Campania. A lui era stato affidato il comando del fronte del “sì” in regione, completando la prima vera investitura politica per gli “eredi” di papà Vincenzo dopo la nomina del più giovane Roberto ad assessore al Bilancio del Comune di Salerno. Va da sé che l’esito del Referendum suoni come una sconfitta anche per il De Luca junior avvocato e referendario presso la Corte di giustizia dell’Unione europea. 

La roccaforte salernitana è la lente d’ingrandimento d’una batosta inattesa, imprevedibile, sorprendente. E i titoli di coda che scorrono sul Governo nazionale di Matteo Renzi, che a Vincenzo De Luca aveva affidato pieni poteri, dalla carica di commissario per la Sanità in Campania alla possibile riorganizzazione – di fatto – del Partito Democratico, rischiano d’alterare tutti gli equilibri, di ridisegnare gli scenari. 

Abituato a non arrendersi così facilmente, il Governatore, che ha etichettato il post Referendum come «il tempo dell’umiltà», utilizzerà probabilmente questi giorni per gettar le basi della ripartenza. Lo fece già nel 2010, dopo la (prima) scalata mancata alla presidenza della Regione, un lavoro lungo e faticoso che lo (ri)portò a sfidare di nuovo Stefano Caldoro, un lustro dopo, per prendersi la rivincita. E prim’ancora accadde nel 2006, quando da solo contro tutti – pure contro il “suo” centrosinistra, compatto a sostegno di Alfonso Andria – riconquistò la poltrona di sindaco di Salerno archiviando l’esperienza da parlamentare.

Certo, stavolta tira aria strana. Ché se era possibile, probabile, immaginare che la battaglia campana del “sì” non sarebbe stata semplice, anzi, di sicuro era fuori pronostico un risultato così impietoso nel Salernitano: in appena 15 comuni su 158 ha prevalso “l’indicazione” di De Luca, e fa scalpore il fatto che nella città capoluogo la vittoria del “no” sia stata così schiacciante. “Colpa” delle ultime gaffes consumatesi fuori onda? Di sicuro l’attacco a Rosy Bindi a margine d’un’intervista a Matrix e l’audio della riunione napoletana con i sindaci campani, ormai celebre per l’invito ad «offrire fritture di pesce» pur di portare quanti più elettori possibile alle urne, non hanno giocato a suo favore. 

«E poi, ‘sta storia della frittura, ma “veramente fanno”?», sbotta ancora il barista di Pastena con una vocazione naturale a metafore e accostamenti calcistici, ricordando che «’o sindaco», quando sindaco lo era davvero, «disse pure che la Salernitana di Lotito doveva giocare senza il cavalluccio marino, ch’era un simbolo brutto (frase che ferì molti tifosi, ndr). Embè, mica voleva offendere la storia della nostra squadra. Scherzava. È fatto così». Nel bar s’è creato il capannello. La gente ascolta, però nessuno ribatte. È il silenzio un po’ surreale che, dopo un ventennio e oltre di plebisciti, avvolge la prima sconfitta di De Luca a Salerno. 

«Questo Referendum è stato come ‘o pallone. De Luca è la Juve. Eh sì, la Juve: in Italia non perde mai, e pur di gioire per una sua sconfitta i tifosi delle altre squadre di serie A il mercoledì sera la “gufano” in Champions». Il barista del quartiere Pastena non ammette il “tradimento”. Ché «’o sindaco», in tanti a Salerno lo chiamano ancora così, per lui «non ha perso». Anche se il luogo del delitto ce l’ha lì di fianco. Nella scuola a pochi passi dal suo locale, nel cuore della zona orientale, patria – a dirla con deluchiana definizione – dei «ragazzi dei quartieri», il “no” ha sbancato. Il seggio ha smobilitato, l’istituto ha riaperto ieri, gli studenti sfilano al bar a comprare cornetti e lui, mentre serve caffè al bancone, dà la sua personalissima lettura del voto: «Mica era un’elezione “vera”? Sennò non c’era partita. De Luca qui è sempre De Luca». Pure se il responso dell’urna, stavolta, ha detto altro. Persino all’ombra del Castello d’Arechi.

Espugnato il fortino. «S’è votato per le amministrative appena qualche mese fa, e la schiacciante vittoria di Enzo Napoli a giugno è stata la conferma del consenso ch’è stato conquistato con anni di buon governo», ha detto a caldo e ripetuto a tiepido un altro De Luca, Piero, il primogenito del Governatore della Campania. A lui era stato affidato il comando del fronte del “sì” in regione, completando la prima vera investitura politica per gli “eredi” di papà Vincenzo dopo la nomina del più giovane Roberto ad assessore al Bilancio del Comune di Salerno. Va da sé che l’esito del Referendum suoni come una sconfitta anche per il De Luca junior avvocato e referendario presso la Corte di giustizia dell’Unione europea. 

La roccaforte salernitana è la lente d’ingrandimento d’una batosta inattesa, imprevedibile, sorprendente. E i titoli di coda che scorrono sul Governo nazionale di Matteo Renzi, che a Vincenzo De Luca aveva affidato pieni poteri, dalla carica di commissario per la Sanità in Campania alla possibile riorganizzazione – di fatto – del Partito Democratico, rischiano d’alterare tutti gli equilibri, di ridisegnare gli scenari. 

Abituato a non arrendersi così facilmente, il Governatore, che ha etichettato il post Referendum come «il tempo dell’umiltà», utilizzerà probabilmente questi giorni per gettar le basi della ripartenza. Lo fece già nel 2010, dopo la (prima) scalata mancata alla presidenza della Regione, un lavoro lungo e faticoso che lo (ri)portò a sfidare di nuovo Stefano Caldoro, un lustro dopo, per prendersi la rivincita. E prim’ancora accadde nel 2006, quando da solo contro tutti – pure contro il “suo” centrosinistra, compatto a sostegno di Alfonso Andria – riconquistò la poltrona di sindaco di Salerno archiviando l’esperienza da parlamentare.

Certo, stavolta tira aria strana. Ché se era possibile, probabile, immaginare che la battaglia campana del “sì” non sarebbe stata semplice, anzi, di sicuro era fuori pronostico un risultato così impietoso nel Salernitano: in appena 15 comuni su 158 ha prevalso “l’indicazione” di De Luca, e fa scalpore il fatto che nella città capoluogo la vittoria del “no” sia stata così schiacciante. “Colpa” delle ultime gaffes consumatesi fuori onda? Di sicuro l’attacco a Rosy Bindi a margine d’un’intervista a Matrix e l’audio della riunione napoletana con i sindaci campani, ormai celebre per l’invito ad «offrire fritture di pesce» pur di portare quanti più elettori possibile alle urne, non hanno giocato a suo favore. 

«E poi, ‘sta storia della frittura, ma “veramente fanno”?», sbotta ancora il barista di Pastena con una vocazione naturale a metafore e accostamenti calcistici, ricordando che «’o sindaco», quando sindaco lo era davvero, «disse pure che la Salernitana di Lotito doveva giocare senza il cavalluccio marino, ch’era un simbolo brutto (frase che ferì molti tifosi, ndr). Embè, mica voleva offendere la storia della nostra squadra. Scherzava. È fatto così». Nel bar s’è creato il capannello. La gente ascolta, però nessuno ribatte. È il silenzio un po’ surreale che, dopo un ventennio e oltre di plebisciti, avvolge la prima sconfitta di De Luca a Salerno. 


ULTIME NEWS