La politica avvelenata nell’epoca dei social. «L?arena dei populisti»

La politica avvelenata nell’epoca dei social. «L?arena dei populisti»

I Social sono l'arena dei populisti

Dall’«Enrico stai sereno» di Renzi riferito a Letta durante la scalata al Governo, alla «Napoli liberata: la Costituzione è salva», scritto da Luigi de Magistris poco prima che il premier annunciasse le dimissioni travolto dalla montagna di “No”. In mezzo una babele selvaggia di post che ingolfano i social ed entrano nella nostra vita in maniera prepotente con un’immancabile scia di commenti, quasi sempre urlati, tendenti all’odio e all’intolleranza, inno all’esaltazione del populismo.

Fabrizio Manuel Sirignano, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università Suor Orsola Benincasa, come ci si può difendere dall’aggressione dei post della politica che continua a cavalcare l’onda social? 

«Non si può pensare di fare politica sui social, che vanno usati con coscienza. La politica dovrebbe essere discussione e confronto diretto. Così rischia la deriva».

Per molti è già un male incurabile.

«Purtroppo i social, così come la televisione, bombardano i cittadini con notizie frammentarie. Si posta ogni cosa: bufale e mezze verità. Ma ciò che è peggio sono i forum. C’è spesso aggressione verbale, violenza, processi. No, la politica non può essere questo». 

Il clima di odio e di contestazione social può essere stato vento in poppa per il No?

«L’esito del referendum come voto di opposizione è un dato di fatto. Purtroppo c’è stato un errore di base, i cittadini hanno pensato di votare a favore o contro il Governo. E i social hanno amplificato questa distorsione della realtà diventando un’arena virtuale nella quale sono confluiti tutti i malesseri». 

Come ne usciamo?

«Occorre urgentemente un’azione di pedagogia, educazione al senso civico o alle regole. La gente va al voto senza consapevolezza o tramite opinioni indotte». 

E il populismo gode.  

«Le persone adulte riescono a impiegare i social più correttamente, come uno strumento e basta, in quanto hanno maturato competenze sociali. Il populismo dilaga  tra i giovani, i cosiddetti nativi digitali che non riescono a usare la rete con spirito critico».

La politica è sepolta? 

«I social sono figli di un lento processo di trasformazione, frutto della delegittimazione dei grandi partiti tradizionali e scomparsi. Il termine partito ha un significato  negativo, tant’è che è stato sostituito dal termine movimento. Nel dopoguerra si è pensato a educare alla politica, c’erano delle vere sezioni per i partiti. E’ qui che prendevano consapevolezza le grandi battaglie, come quelle per il divorzio o l’aborto. Tutto questo non c’è più. Ora parliamo di movimenti leggeri, di una politica liquida, senza consistenza». 

Cosa salverebbe di questa lenta inevitabile trasformazione? 

«Le notizie diventano istantanee e facilitano le relazioni. Ma questo è anche un limite, perché non c’è curiosità o voglia di approfondire. Non c’è più discussione e il risultato è non sapere più distinguere la verità dalle bufale. Lo stesso referendum non è stato recepito». 

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