La camorra di Ercolano rubò il suo cadavere: l’appello della famiglia dopo 23 anni

La camorra di Ercolano rubò il suo cadavere: l’appello della famiglia dopo 23 anni

La camorra di Ercolano rubò il suo cadavere: l'appello della famiglia dopo 23 anni

Ercolano. Da 23 anni la sua tomba è diventata un buco nero. Nella fossa non c’è una bara ma un mistero. C’è una storia di sfregi, sangue e camorra. C’è un incubo che si trascina nel silenzio dall’ottobre del 1993. Da quando i becchini del clan Ascione fecero irruzione nel cimitero e “rubarono” il suo cadavere.  Una vendetta – dicono oggi i pentiti – nei confronti di sua madre, la donna-coraggio che fece da sola quello che lo Stato non riuscì mai a fare: incastrare gli assassini.
Il corpo di Raffaele Iodice, un ragazzo di 24 anni ucciso il 18 dicembre del 1986, non è mai stato ritrovato dopo quell’incredibile furto. Ma la sua anima è negli occhi di sua sorella Cira che davanti a una tazza di tea apre il suo cuore. Lo fa dopo 23 anni di silenzio. Dopo 23 anni spesi a cercare la verità e i resti di suo fratello.
«Ho portato avanti il lavoro iniziato da mia madre e non mi arrenderò», ripete con l’orgoglio di chi non vuole fermarsi. Parla Cira Iodice e mentre lo fa stringe in mano la foto di suo fratello che conserva come una reliquia preziosa. Tra qualche giorno saranno passati 30 anni dalla sua morte. Ucciso senza pietà a colpi di pistola da quelli che credeva essere suoi amici.
«Non era un delinquente – il ricordo della sorella – non ha mai fatto del male a nessuno. Non era un criminale, la nostra famiglia non ci ha fatto mancare mai nulla. In questa situazione si è ritrovato per caso, ma era un buono».
Per questo delitto, sul finire degli anni ’80 vennero condannate 4 persone, tra cui Simone Borrelli, da qualche mese passato dall’essere un camorrista al diventare un collaboratore di giustizia.
Gli assassini di Raffaele Iodice vennero incastrati e condannati grazie a un’inchiesta privata. A un’indagine messa in piedi, con coraggio, da Cira Simeone, la madre del ragazzo.
«Io accompagnavo mia madre con la macchina – racconta Cira Iodice – Abbiamo bussato a tutte le porte della provincia di Napoli. Volevamo giustizia per mio fratello. Volevamo che si scoprisse chi lo aveva ucciso». La madre della vittima finisce su tutti i giornali. Per la stampa e per i giudici che ne lodano il coraggio e l’amore per suo figlio è la “mamma-detective”. Una missione che oggi porta avanti, da sola, sua figlia.
«Andrò avanti anche per lei, perché è giusto che sia così. Voglio solo seppellire mio fratello, al resto ci penserà la giustizia divina», ripete ancora Cira Iodice riannodando i fili del passato e quelli del presente.
Sette anni dopo l’omicidio di Raffaele qualcuno entra nel cimitero, apre la tomba e porta via il cadavere. «Ricordo che la notte prima feci un incubo – le parole della sorella della vittima mentre parla del giorno del “furto” al camposanto – Era domenica. Da quel giorno la mia vita è cambiata per sempre».
Qualche mese fa un’inchiesta dell’Antimafia contro i vertici del clan Ascione ha portato alla luce alcuni retroscena inediti riguardo al raid al cimitero. Secondo i pentiti fu uno sfregio verso la madre del giovane, la donna che aveva incastrato i killer. Una svolta che oggi alimenta le speranze di Cira Iodice.
Ma aspettando la giustizia oggi è il ricordo a comandare i pensieri e le azioni. «Il 16 dicembre alle 16 e 30 ci sarà una messa in ricordo di Raffaele all’interno della chiesa Santa Maria del Loreto – l’annuncio della sorella della vittima – A seguire una breve fiaccolata. Un modo semplice per ricordare mio fratello».
In fondo al racconto, mentre il tea si raffredda, c’è il volto di un ragazzo semplice, le sue parole, le immagini che nemmeno dopo 30 anni è possibile cancellare. «Era un ragazzo altruista, generoso e coraggioso – racconta Cira Iodice -Io e lui eravamo una sola cosa. Scriveva poesie e mia madre le ha anche pubblicate in un libro dal titolo “Il coraggio e la speranza”. Chi lo compra dona i soldi alla ricerca sul cancro, come avrebbe voluto la nostra mamma».
In fondo alla tazza vuota poggiata sul tavolino del bar restano solo i saluti e un sorriso amaro. Quello di chi è costretto a cercare la verità in fondo ad una tomba vuota.


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