Maradona, il mito immortale. Lacrime al San Carlo: “Diego perdonami”. Poi l’appello agli scugnizzi: “Non sparate e non drogatevi”

Maradona, il mito immortale. Lacrime al San Carlo: “Diego perdonami”. Poi l’appello agli scugnizzi: “Non sparate e non drogatevi”

Maradona, un mito immortale al San Carlo

 

Le ricorrenze natalizie sono finite da un pezzo ma all’esterno del San Carlo tira un’inconfondibile aria di festa. A pochi passi dal teatro più antico del mondo, tra i vicoletti che tagliano Napoli quasi come fosse un puzzle di mille tasselli, il profumo dei dolci, della pizza e del caffè caldo è così intenso da intrattenere anche gli stranieri. «Chi è arrivato?» chiedono degli inglesi mentre di lì a poco parte il coro «Olè, olè, Diego…Diego». Eccolo spuntare Maradona, l’idolo che Napoli non ha mai dimenticato, il mito immortale che ha regalato ai tifosi azzurri la gioia di due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia prima del suo addio in una notte di primavera del 1991. Da una generazione all’altra, la passione per il calciatore più forte di tutti i tempi, l’uomo che ha fatto dell’imperfezione la sua essenza, s’è tramandata indistinguibile. In oltre 1300, tra cui anche il presidente del Napoli Aurelio de Laurentiis, il sindaco Luigi de Magistris e il governatore Vincenzo De Luca, insieme a Reina, Callejon e Insigne, hanno assistito allo spettacolo ‘Tre volte Dieci’ di Alessandro Siani, con diritti televisivi acquisiti da Discovery (Nove lo manderà in onda in tv tra qualche mese) e per la produzione Best live. Un appuntamento con la storia imperdibile, nel quale Diego s’è spogliato di ogni maschera, raccontando l’uomo imprevedibile più del calciatore che sotto al Vesuvio ha permesso di sognare ad occhi aperti. 

«Mi sento a casa, come sempre. Io non tradisco». Inizia così il suo racconto il Pibe de Oro tra la standing ovation del San Carlo che quasi sovrasta le sue parole e l’immancabile musichetta “Life is life” a fare da sottofondo tra un palleggio e un altro. «Mi hanno detto una cosa, ovvero che qualcuno ha avuto problemi perché il ticket costava 300 euro. Lo sapete perché l’abbiamo fatto? Perché Pelè deve arrivare secondo, ne stava facendo uno da 200. Scherzi a parte. Con la maglia del Napoli ho sognato – la voce del fuoriclasse si fa seria – quando decisi di andare via da Barcellona “mi dissero non te ne andare, offriamo il doppio”. Ho risposto “no, io non guardo ai soldi ma preferisco correre dietro a una palla”. L’eroe è lui (indica Carmando, ndr), quante partite ci ha fatto vincere. Ci ha insegnato tutto». Poi la consegna della sua prima maglia azzurra allo storico massaggiatore del Napoli. Il San Carlo intanto applaude, a tratti prende le sembianze del San Paolo più che del tempio della lirica e del melodramma. Sul palcoscenico fa il suo ingresso Gianni Minà, il cronista che per decenni ha seguito Maradona raccontando le sue imprese, il quale dà il via a un colloquio che diventa quasi privato col Pibe, «figlio della miseria, il più grande calciatore mai nato» premette, ricordando gli anni azzurri e Ferdinando Signorini, storico preparatore atletico del Napoli, finendo poi nel commentare il ruolo della Chiesa e l’incontro con Papa Francesco. «C’è troppa ricchezza, il Vaticano non ha bisogno di una banca. Non ho avuto una buona sensazione, ma mi sono avvicinato alla Chiesa e a “Franceschito”, (come chiama il Papa, ndr), perché il Santo Padre pensa ai bambini che muoiono di fame motivo anche della sua vicinanza in passato a Hugo Chavez e Fidel Castro». Le lacrime iniziano poi a rigargli il volto nel ricordo di sua madre. «Avrei voluto che vedesse tutto questo, l’amore di Napoli per me. Mio padre, invece, era un tipo riservato e umile. Non faceva interviste, si alzava alle 4 del mattino per andare in fabbrica – racconta Diego in una divisa total black a Minà – tornato alle 15 mi accompagnava agli allenamenti. Non ha mai parlato alla televisione, non come fanno i genitori di qualcuno in questo momento. Ma tutto cambia, quello che non cambia è la mia devozione a mio padre, che ha fatto un sacrificio grandissimo non solo per portarmi agli allenamenti ma per sfamare sette componenti della mia famiglia. Eravamo come fidanzati noi due». 

L’appello è poi agli scugnizzi: «Non sparate, non assumete la droga – dice dopo un intervento di Catello Maresca indicando i giovani componenti della Sanità Ensamble nella buca dell’orchestra -. Vincete in un altro modo. So che Napoli ce la farà, lottando e prendendo la palla come Pepe Reina».

«Il calcio non è sempre felicità, siamo esseri umani e possiamo sbagliare. Napoli sarà bellissima anche nel futuro, come sempre. Però, vorrei qualche nuovo scudetto». Si chiude così la fenomenologia di Maradona, l’idolo che non ha mai badato al bello o al brutto. Un’arte che andava celebrata senza polemiche e allusioni in un San Carlo da sempre simbolo di Napoli. Come lui, del resto. «Un attimo, devo fare una cosa prima che andate – la chiusura di Maradona – voglio chiedere scusa a mio figlio dopo trent’anni. Non ti lascerò mai più». Batte forte la mano sul petto. Diego jr ricambia tra le lacrime. 

 


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