Canè, da bidone ad idolo

Canè, da bidone ad idolo

Canè, da bidone ad idolo

Faustinho Jarbas in arte Canè deve il suo arrivo in Italia a motivi esplicitamente fisici e razziali. Si narra che il comandante Achille Lauro avesse chiesto a Josè De Gama, che potremmo definire come uno dei primi grandi procuratori calcistici, di trovargli un economico giocatore brasiliano per rinforzare il suo Napoli.

Era il 62 e il Brasile aveva appena vinto la Coppa Rimet e Lauro sperava che l’acquisto di un brasiliano avrebbe infiammato la fantasia del pubblico partenopeo.

Il Comandante era, per natura, un decisionista e poco si curava dei consigli tecnici. Non potendo comprare una stella di prima grandezza, scelse il suo brasiliano tra le foto che Josè De Gama gli propose.

Narra la leggenda (ma non tanto leggenda) che Lauro scelse Canè perché ”molto nero e molto brutto”  tanto, sosteneva il Comandante, da “far spaventare” i difensori.

Canè non era un predestinato, non cercava nel calcio una occasione di riscatto sociale come molti suoi colleghi calciatori brasiliani. Faustinho Jarbas era di famiglia benestante e i suoi genitori si aspettavano che scegliesse gli studi piuttosto che i campi di calcio. Da una oscura squadra (Olaria) al Napoli che pur non essendo una squadra di vertice era pur sempre la compagine con la più accesa tifoseria.

30mila dollari il costo dell’azzardo del Presidente Lauro. Inizio disastroso. Pur simpatizzando per il 23enne brasiliano, il pubblico ironizzava pesantemente sul suo nome definendolo “una pecora più che un cane”. Al Presidente Lauro i napoletani rimproveravano l’acquisto di un brasiliano low cost.  E’ retrocessione. Non ha il fisico per giocare centravanti, ma solo l’anno successivo il nuovo tecnico del Napoli, Giovanni Molino, intuì che, spostandolo all’ala destra, il brasiliano avrebbe dato il meglio di se per la sua proverbiale infaticabilità. Nel 65 il Napoli torna in serie A. Seguono anni importanti per il Napoli e i cori per Canè cambiarono radicalmente: il pubblico cominciò ad osannarlo con il famoso “Didì, Vavà e Pelé sit ‘a guallera ‘e Canè“.  Con Altafini e Sivori forma uno degli attacchi più forti di sempre visti al San Paolo. Dopo una parentesi a Bari torna nel Napoli di Vinicio e ne diventa un elemento fondamentale pur non essendo più giovanissimo. Col Napoli in totale 166 partite 49 gol.

Come allenatore ottiene buoni risultati con le squadre campane nelle serie minori.

Nonostante lo scetticismo iniziale, Faustinho Canè, ha saputo conquistare l’amore e il rispetto dei tifosi che ancora gli mostrano grande affetto. Vive ancora a Napoli.

Pochi sanno che, a dispetto di tutte le strumentalizzazioni fatte sul suo nome, Faustinho Jarbas, deve il nomignolo di Canè a sua madre perché da piccolissimo era sempre a chiedere latte con una ciotola tra le mani. “Caneca” il brasiliano è la tazza da latte.

Tutto quel latte deve avergli fatto molto bene.


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