Toni Servillo al Bellini nell’Elvira di Jouvet: «Eduardo? Il più grande drammaturgo contemporaneo»

Toni Servillo al Bellini nell’Elvira di Jouvet: «Eduardo? Il più grande drammaturgo contemporaneo»

Toni Servillo al Bellini nell'Elvira di Jouvet: «Eduardo? Il più grande drammaturgo contemporaneo»

Dopo il grande successo di «Elvira» a Parigi, dove l’hanno definita «immenso» e «magistrale», si appresta a presentarlo a Napoli. Quale reazione si aspetta dinanzi a un testo così “impercettibile” per i non addetti ai lavori?

«Apparentemente si rivolge ai soli addetti ai lavori. In realtà, le lezioni di Jouvet portano il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio, un maestro e un’allieva impegnati nello studio sulla creazione di un personaggio. Lavorando al secondo monologo di Elvira dal Don Giovanni di Molière, Jouvet e la ragazza Claudia, interpretata da Petra Valentini, nel tentativo di costruire un alfabeto dei sentimenti, tracciano una relazione col proprio mestiere, ma anche un modo di stare al mondo. Offrendo così agli spettatori ciò che potremmo definire un antidoto ai nostri tempi frettolosi».

Lei ha portato sul palco Molière, Goldoni, Eduardo e Marivaux. Come mai ora la scelta di Jouvet?

«Le riflessioni di Jouvet sul teatro e sull’attore accompagnano da anni il mio lavoro. Una guida preziosa per me nell’affrontare repertori diversi. Mi è parso necessario arrivasse il momento di un incontro diretto».

Porterà ancora in scena un lavoro eduardiano dopo «Le voci di dentro»?

«Eduardo è il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare. L’autore italiano che con maggior efficacia favorisce l’incontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Con “Sabato, domenica e lunedì” e “Le voci di dentro” ho affrontato la sua opera che per me significa insinuarsi in quell’equilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Un’esperienza che mi auguro di ripetere».

A marzo arriverà al Nuovo Teatro Sanità, in un rione difficile. Come si avvicinano i giovani al teatro?

«Una delle tragedie del nostro tempo è la trasmissione dei saperi: ci vorrebbe da una parte l’assunzione di responsabilità di chi li trasmette e dall’altra la disponibilità di chi deve accoglierli. Non ho mai mancato ad occasioni di incontro con i giovani. Ho deciso di restare nella mia terra d’origine, continuando a viverci e lavorarci. Sarò alla Sanità come sono stato al Nest di San Giovanni, dove un gruppo di giovani ha ristrutturato una palestra laddove negli anni ‘80 c’era un morto di camorra al giorno».


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