Salernitana, quel «Lotito portaci a Verona»: il destino si compie al sesto anno

Salernitana, quel «Lotito portaci a Verona»: il destino si compie al sesto anno

Salernitana, quel «Lotito portaci a Verona»: il destino si compie al sesto anno

Il Monterotondo davanti, però Verona nella testa. Primavera del 2012: la Salernitana, o meglio il Salerno Calcio, vinceva ultima partita e campionato di serie D, Claudio Lotito sfilava sotto la Curva Sud per la standing ovation e la gente scandiva quel coro ch’era un tarlo nella testa. «Portaci a Verona, oh Lotito, portaci a Verona». 

Il patron provò a bluffare un anno e mezzo fa, prima d’una gara agostana di Tim Cup al Bentegodi, contro il Chievo: «Avete visto? Me lo chiedevate da tempo, e io vi ci ho portato…». Negativo, “pres”. La Verona che il popolo dell’Arechi aveva in mente, come una ferita nell’anima, era quella dell’Hellas, dove nel giugno del 2011 finì in frantumi il sogno della promozione tra i cadetti della Salernitana di Roberto Breda (non bastò il successo per 1-0 del match di ritorno a ricomporre i cocci della sconfitta per 2-0 incassata in Veneto). 

Domenica bestiale, quel pomeriggio all’ombra dell’Arena. Il Verona guidato dal “nemico” Andrea Mandorlini mise l’ipoteca sulla B già nel primo atto della finale play-off di Lega Pro, e però i 2mila supporters al seguito dei granata continuarono a cantar forte, fino al novantesimo, di cuore e d’orgoglio, pur sapendo che lì stava per finire la scalata di quella squadra “povera ma bella” e pure la storia d’una società, presieduta da Antonio Lombardi, destinata al fallimento.

Da allora la rivincita contro l’Hellas è diventata un’ossessione per il popolo del cavalluccio marino. Il primo atto del “toh, chi si rivedere” s’è consumato un girone fa, nella sfida dell’Arechi finita 1-1. Però il coro diceva «portaci a Verona», non portaci il Verona. Ed allora è lì, dove si giocherà alle cinque e mezzo del pomeriggio di domenica, che la Salernitana spera di consumare la sportivissima “vendetta” per una sconfitta che brucia come alcool puro su un’escoriazione ancora sanguinante. Pure a – più o meno – 2mila giorni di distanza. 

Insomma, tra le pieghe d’una partita che vale già moltissimo per l’attualità, la trasferta dei granata al Bentegodi porta con sé tanti altri significati. E nasce, inevitabilmente, come la simbolica tappa d’un destino che si compie nella gestione Lotito-Mezzaroma, ripensando alla fine di quel calvario in Interregionale e alla richiesta, pressante, di riannodare i fili del discorso e tornare nella città di Romeo e Giulietta per saldare un conto lasciato aperto. 

Un chiodo fisso pure nella stridente dimensione dei dilettanti, che la tifoseria dell’ippocampo non ha mai smesso d’invocare a gran voce. È un punto di congiunzione importante, nel bel mezzo dell’ennesimo scontro dialettico a distanza tra il multi-patron e la torcida.

Domenica scorsa, prima del match vinto sullo Spezia, la Curva Sud Siberiano ha lanciato alla proprietà un messaggio chiaro: «Stanchi dei riassunti delle puntate precedenti, Salerno merita progetti vincenti». Della serie: d’accordo la rinascita, i campionati vinti, i meriti indiscussi d’una società che sta riscrivendo una nuova storia, però il popolo dell’Arechi ha voglia di sognare e il tramonto del calciomercato di gennaio è l’occasione per dare un segnale che alimenti legittime ambizioni. Lotito non l’ha presa bene, ricordando i «14 milioni sin qui investiti da me e mio cognato» e rispolverando il “solito” riferimento al passato della Salernitana che racconta tanta serie C. «Sottolineatura superflua», hanno ribattuto ieri gli ultras, affermando che «il rispetto non si compra, perché anche senza trofei né scudetti, noi, per passione e attaccamento, non siamo secondi a nessuno».

È una disputa che periodicamente si ripropone, ormai da sei anni. Di nuovo, invece, dopo più d’un lustro di presidenza Lotito-Mezzaroma, c’è il “ritorno al futuro” d’un tormentone mai passato di moda. «Portaci a Verona». Ora sì, basta solo fare il biglietto…


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