Tito-gate: i fedelissimi del sindaco di Meta meditano le dimissioni. La condizione: addio in caso di processo

Tito-gate: i fedelissimi del sindaco di Meta meditano le dimissioni. La condizione: addio in caso di processo

Tito-gate: i fedelissimi del sindaco di Meta meditano le dimissioni. La condizione: addio in caso di processo

La tentazione ce l’hanno anche loro anche se non rispondono al cellulare e si fanno vedere poco in giro. Consiglieri comunali di maggioranza e assessori pensano alle dimissioni: «Così, con questa tempesta, la nave rischia di diventare ingovernabile e finire sugli scogli». Ma niente a che vedere con la Costa Concordia di un altro figlio di Meta già nel mirino della magistratura come Francesco Schettino. Il Tito-gate è un incubo, uno spauracchio, una cosa impensabile fino all’alba di lunedì quando in municipio ha fatto irruzione la guardia di finanza per notificare quelle accuse «infamanti» come le bolla un impiegato mentre i giornalisti si infilano in Comune.
Sia chiaro: finora prevale il garantismo. Ma è una linea a tempo, non infinita, almeno sotto il profilo politico. Perché non si può attendere troppo e l’amministrazione ha bisogno di chiarezza e slancio. In parole povere: serve un sindaco abile ed arruolato, senza pesi, che possa dedicarsi al 100 per cento al suo lavoro di servitore della comunità. Ovviamente senza infrangere le leggi, senza intascare mazzette o pilotare gare d’appalto come invece ipotizza la Procura di Torre Annunziata. Lo stesso vale per figure apicali della macchina comunale del calibro del comandante dei vigili urbani Rocco Borrelli e dei due dirigenti dell’ente Paola De Maio e Rina Paolotti, tutti coinvolti nelle indagini.
Ecco perché il D-day si sembra già avvicinare per la maggioranza Pd (ma senza simbolo). Sta iniziando ad aleggiare la volontà di passare la mano soltanto se Tito dovesse finire a giudizio. Una decisione che sarà stabilita eventualmente nel corso dell’udienza preliminare che si terrà al Tribunale di Torre Annunziata, sempre se il sostituto procuratore Silvio Pavia dovesse – come appare quasi inevitabile – chiedere il processo. A quel punto Tito diventerebbe un primo cittadino con pochissimi margini di manovra, la cui agibilità politica verrebbe minata da capi d’imputazione clamorosi per un’amministrazione che ha sempre pubblicizzato il suo culto per la legalità. Basti pensare alla manifestazione in pompa magna organizzata qualche mese fa per conferire la cittadinanza onoraria a un pilastro anti-camorra come Giandomenico Lepore, già procuratore di Napoli. Oppure a un evento simile per Raffaele Lauro, già senatore e prefetto.
Il sindaco, nonostante la mazzata, cerca di non mostrarsi debole. E’ stato colpito, «ma non affondato» ricordano i fedelissimi in via informale rispettando appieno l’ordine di scuderia: tutti zitti per evitare di fornire impressioni che possono essere strumentalizzate.
La road map di Tito è cosa fatta. Prima di tutto il sindaco vuole scalfire le certezze della Procura offrendo la sua versione, precisando i contorni di un’inchiesta che si basa su quattro anni studiati agli infrarossi da fiamme gialle e pm. Magari con un interrogatorio e una memoria difensiva. Successivamente potrebbe convocare una conferenza stampa per chiarire le sue decisioni. Si mormora di un appuntamento per lunedì. Il giorno prima, domenica, ci sarà il tesseramento del Pd. Una tappa in cui potrebbe incontrare l’attuale segretario cittadino dem. Ovvero quel Paolo Trapani di cui era assessore nel periodo – era il 2012 – in cui, per la guardia di finanza, c’era il giro di mazzette.


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