Salvatore Striano, ex delle Teste Matte e oggi attore, ai detenuti di Poggioreale: «Shakespeare mi ha salvato»

Salvatore Striano, ex delle Teste Matte e oggi attore, ai detenuti di Poggioreale: «Shakespeare mi ha salvato»

Salvatore Striano, ex delle Teste Matte e oggi attore, ai detenuti di Poggioreale: «Shakespeare mi ha salvato»

«Un giorno, quando ero a Rebibbia, un detenuto mi portò un copione. Era un testo di Eduardo. Pensai che mi volesse prendere in giro, dato che mi proponeva di interpretare un ruolo femminile. Solo dopo capii che quel copione, insieme ai testi di Shakespeare, mi avrebbe salvato la vita». Quarantaquattro anni, di professione attore, Salvatore Striano oggi ha una vita diversa. E soprattutto un passato che va a raccontare nelle carceri e nelle scuole ai detenuti e agli studenti. Aveva solo 10 anni Sasà, come lo chiamano tutti, quando si ritrovò tra le mani bustine di cocaina da spacciare al miglior offerente. La droga che avrebbe usato lui per anni, diventando un «cocainomane», come ammette lui stesso. Originario dei Quartieri Spagnoli, dove vive tuttora, Striano è stato in passato tra gli appartenenti alle Teste Matte, uno dei gruppi delle tifoserie azzurre in città, ma in realtà bande di giovani criminali che spadroneggiavano negli anni ’80 nei vicoli di Montecalvario al soldo del clan Mariano. Ma soprattutto Sasà ha trascorso i migliori anni della sua vita – dall’infanzia alla giovinezza – in un tunnel dal quale non credeva di poter uscire. Invece ce l’ha fatta. Ed oggi, a 44 anni e con una famiglia alle spalle che lo sostiene, viene a raccontare la sua testimonianza a chi vive, come lui in passato, dietro le sbarre. L’occasione è uno degli incontri con gli autori del progetto “Liberi di pensare” dell’associazione La Mansarda. Spettatori sono i detenuti dei Padiglioni Avellino (quelli di alta sicurezza) e Firenze (i cosiddetti primari, ossia in attesa di giudizio). Con entrambi Sasà parla senza freni dei suoi anni da ragazzo “terribile” e di come ha fatto a cambiare vita. «Quando ho letto per la prima volta Eduardo e Shakespeare – spiega – ho capito che la mia vita non era affatto segnata, come credevo». A fargli eco le parole di Samuele Ciambriello, presidente della onlus: «Don Lorenzo Milani diceva che la cultura è l’ottavo sacramento. In questo senso il carcere deve essere un momento di riabilitazione. Un’officina creativa che aiuti le persone a non sbagliare ancora». «Abbiamo collaborato all’iniziativa – dice Luca Sorrentino, della coop Aleph – per rappresentare quel ponte che mette in collegamento detenuto e mondo esterno». Tra il pubblico c’è chi cita Nietzsche e i tragici greci, ma chiede che «una volta usciti da qui le istituzioni e la società ci offrano una seconda chance». Perché da sola la cultura non può bastare.


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