Il narcos di Torre del Greco “scagiona” i suoi soldati: «Incastrati dal pentito»

Il narcos di Torre del Greco “scagiona” i suoi soldati: «Incastrati dal pentito»

Il narcos di Torre del Greco "scagiona" i suoi soldati: «Incastrati dal pentito»

Torre del Greco. Si è accusato i reati contestati dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli e poi si è lanciato in una lunga e accurata arringa in favore dell’esercito di pusher incastrati dal “pentito” Giuseppe Pellegrino.

Svolta al processo contro la “santa alleanza per la droga” all’ombra del Vesuvio: a due settimane dalla durissima requisitoria del pubblico ministero Maria Di Mauro – la lady di ferro della Dda ha invocato condanne per complessivi 300 anni di carcere a carico dei 23 imputati, pronti a scegliere il rito abbreviato per provare a strappare lo sconto di un terzo della pena – Maurizio Garofalo, il king of narcos di vico Abolitomonte, si è preso la scena durante la prima udienza dedicata alle difese.

Collegato in videoconferenza dal carcere di Terni, il pluripregiudicato ha chiesto al gup Luisa Toscano di raccontare la sua versione circa il “sistema” messo in piedi insieme al socio Giuseppe Pellegrino. Socio successivamente pronto a tradire la holding dello spaccio per collaborare con i carabinieri della caserma Dante Iovino. Un pentimento, secondo la versione dell’imputato eccellente, innescato dalla volontà di salvare la pelle dopo la misteriosa scomparsa di un’ingente somma di denaro dalle casse dell’organizzazione criminale: «Giuseppe Pellegrino non è un vero pentito – il senso delle parole di ‘o pulliere – Ha raccontato solo bugie, inguaiando diversi giovani estranei ai nostri affari». Parole pesanti come macigni, perché Maurizio Garofalo – un lungo curriculum criminale alle spalle e un passato da colonnello del clan Falanga – non ha negato le proprie responsabilità, provando altresì a scagionare i suoi soldati.

Toccante il passaggio su Vincenzo Panariello, il trentottenne che a metà febbraio si è impiccato nella sua cella di Poggioreale: «Era un consumatore di sostanze stupefacenti, non uno spacciatore – la verità di Maurizio Garofalo -. Non faceva parte del “sistema” e si è ucciso da innocente». In aula Vincenzo Panariello non è mai arrivato, schiacciato da un ambiente a cui non era abituato. Le dichiarazioni spontanee di Maurizio Garofalo – assistito dall’avvocato Gennaro Ausiello, così come tutta la sua famiglia – hanno “monopolizzato” l’udienza, poi aggiornata a metà marzo. Quando in aula gli avvocati dei restanti imputati dovranno concludere le proprie discussioni per poi attendere la sentenza di primo grado.


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