Ucciso per errore a Torre del Greco, il killer si “pente” dopo 18 anni: «Chiedo perdono»

Ucciso per errore a Torre del Greco, il killer si “pente” dopo 18 anni: «Chiedo perdono»

Ucciso per errore a Torre del Greco, il killer si "pente" dopo 18 anni: «Chiedo perdono»

Torre del Greco. Ha atteso l’ultimo minuto a disposizione per prendere parola e chiedere perdono. Esattamente a 18 anni dal tragico errore costato la vita a un fabbro completamente estraneo a qualsiasi logica criminale. Approfittando dell’assenza in aula dei genitori di Vincenzo Cardone – il ventitreenne ammazzato in via Litoranea a settembre del 1998 – il killer Antonio Scognamiglio ha chiesto al gup Marina Cimma del tribunale di Napoli di rendere dichiarazioni spontanee prima dell’arringa difensiva del suo avvocato: «Fu un tragico errore – la sostanziale ammissione di responsabilità dell’imputato – e chiedo perdono ai familiari della vittima. Ero alla guida della Vespa e mi accorsi tardi dello scambio di persona». Perché prima del “no” urlato da Antonio Scognamiglio, una scarica di piombo – cinque i colpi esplosi da Antonio Mennella, l’ex ras degli scissionisti del rione Sangennariello poi passato dalla parte dello Stato – si era abbattuta sull’inconsapevole e incolpevole Vincenzo Cardone.

Strategia difensiva

Il “pentimento” del pluripregiudicato un tempo al soldo del clan Falanga arriva a tre mesi dal pugno di ferro utilizzato dal pubblico ministero Maria Di Mauro della direzione distrettuale antimafia di Napoli al termine della sua requisitoria di fuoco: carcere a vita per Sebastiano Tutti – l’ex primula rossa degli scissionisti del rione Sangennariello, oggi rinchiuso dietro le sbarre della casa circondariale di Parma – e Antonio Scognamiglio, dodici anni di reclusione per i pentiti eccellenti Domenico Falanga e Antonio Mennella, noti rispettivamente come ‘a zagaglia e ‘o picciuotto. All’udienza dedicata alle conclusione di accusa e parte civile erano presenti entrambi i genitori di Vincenzo Cardone, ma né Antonio Scognamiglio né Sebastiano Tutti mostrarono segni di pentimento. Davanti al rischio stangata, invece, il killer si è improvvisamente sciolto nella speranza di strappare uno sconto di pena rispetto al carcere a vita. Al contrario, Sebastiano Tutti – attraverso i propri legali – si è limitato a depositare una memoria difensiva in vista della sentenza attesa per metà maggio.

Il tragico errore

L’intera vicenda è stata ricostruita grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia coinvolti nell’inchiesta: Sebastiano Tutti organizzò l’attentato per vendicare la morte del fratello Santo Tutti, massacrato durante la sanguinaria faida andata in scena all’ombra del Vesuvio sul finire degli anni Novanta. Sotto i colpi del commando di morte sarebbe dovuto cadere Rosario Ramondo – alias ‘o capuocchio – ritenuto da Vastiano tra i responsabili dell’agguato ordinato dal clan Chierchia di Torre Annunziata. Invece, in via Litoranea fu commesso un tragico errore: Vincenzo Cardone viaggiava sulla Vespa prestata qualche giorno prima proprio a Rosario Ramondo. A dare la “battuta” ai due sicari in sella a uno scooter fu Giovanni Mennella – alias pezzottiello – poi massacrato il 17 marzo del 1999: ‘o picciuotto si alzò in piedi sulla pedaliera dello scooter e aprì il fuoco, crivellando di colpi il fabbro di 23 anni. Vittima innocente e inconsapevole di una sanguinaria faida sull’asse Torre del Greco-Torre Annunziata.

twitter: @a_dortucci


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