Scacco all’asse della morte a Torre Annunziata: «Ergastolo per cinque boss»

Scacco all’asse della morte a Torre Annunziata: «Ergastolo per cinque boss»

Scacco all?asse della morte a Torre Annunziata: «Ergastolo per cinque boss»

Torre Annunziata. Ergastolo. Per cinque volte la parola è risuonata davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Napoli. 

A pronunciarla è stato il procuratore generale che ha chiesto la conferma della condanna di primo grado per il duplice omicidio dei fratelli Marco e Maurizio Manzo, sicari del clan Ascione- Papale di Ercolano, trucidati l’11 febbraio 2007 nel bar “Maemi” di Terzigno quando avevano 39 e 32 anni. Invocato l’ergastolo per il boss Pasquale Gionta, figlio del fondatore della cosca dei Valentini, i killer Giovanni Iapicca ed Alfonso Agnello di Torre Annunziata, nonché per i boss di Ercolano Stefano Zeno e Giovanni Birra. 

 

Condanna di primo grado

Tutti e cinque gli imputati in primo grado scelsero di essere giudicati con rito abbreviato e incassarono la pena più dura con il verdetto emesso nell’ottobre 2015 dal gup Marina Cimma. 

Stesso verdetto ci fu anche per gli altri due imputati che, invece, scelsero il rito ordinario: Michele Chierchia, alias ‘Fransuà’, fedelissimo del clan Gionta e Franco Casillo, detto ‘a’ vurzella’, il narcos che gestiva lo spaccio al ‘Piano Napoli’ di Boscoreale

 

Alleanza tra clan

Il delitto- secondo quanto ricostruito fino ad ora dalla Dda di Napoli e dal verdetto di primo grado- maturò nell’ambito dell’alleanza di sangue tra i Gionta di Torre Annunziata e il clan Birra di Ercolano. 

L’ordine partì dai Birra di Ercolano che volevano vendicare la morte di Giuseppe Infante, genero del boss Giovanni Birra, ucciso il 28 giugno del 2001 a Ercolano. 

Pochi giorni dopo quel delitto i Birra eliminarono anche Antonio Papale, fratello del boss avversario. 

Ma la vendetta non si era ancora consumata. I responsabili della morte di Infante erano stati individuati nei fratelli Manzo, sicari degli Ascione-Papale. Per concretizzare la vendetta i Birra si rivolsero ai Gionta- così come avvenne anche nel delitto di Ettore Merlino attirato in una trappola a Palazzo Fienga- che diedero in prestito i killer, Giovanni Iapicca ed Alfonso Agnello detto “chiocchiò”, ovviamente dopo avere avuto il beneplacito dall’allora capo operativo del clan, Pasquale Gionta. 

 

I collaboratori di giustizia

Nella ricostruzione del delitto hanno avuto un ruolo anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia tra cui l’ex giontiano Michele Palumbo, alias ‘munnezza’, le cui deposizioni erano state già prese in considerazione nel processo di primo grado. In Appello si sono aggiunte le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, stavolta di Ercolano, Antonio Birra, fratello del boss Giovanni. Parole che rafforzano, secondo quanto sostenuto dal procuratore generale durante la requisitoria, il quadro finora emerso sia durante le indagini coordinate dall’allora pm della Dda di Napoli Pierpaolo Filippelli, oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata, e le sentenze di primo grado incassate nei processi con rito abbreviato e ordinario. 

Sentenza a metà maggio

Dopo la requisitoria del Procuratore Generale la parola è passata ai difensori degli imputati: per primi hanno discusso l’avvocato Giovanni Tortora per Iapicca e Agnello e l’avvocato Massimo Lanfranco per Pasquale Gionta. Il processo è stato aggiornato a metà maggio quando sono previste le discussioni dell’avvocato Cola in difesa di Birra e dell’avvocato Denaro per Stefano Zeno. 

Poi, la sentenza di appello su uno degli omicidi più efferati che segnarono la stagione di sangue consumata ormai dieci anni fa e che si fondò sull’alleanza su due feroci cosca di camorra: i Gionta di Torre Annunziata, da un lato, e i Birra di Ercolano, dall’altro.


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