«Bobbio, il paladino della legalità che favoriva gli amici». Le motivazioni della condanna dell’ex sindaco di Castellammare

«Bobbio, il paladino della legalità che favoriva gli amici». Le motivazioni della condanna dell’ex sindaco di Castellammare

«Bobbio, il paladino della legalità che favoriva gli amici». Le motivazioni della condanna dell'ex sindaco di Castellammare

«Si era presentato agli elettori come paladino della legalità»,  il cui «ripristino» era «l’obiettivo dichiarato del suo mandato sindacale» e, invece, dopo appena 5 mesi dall’insediamento a Palazzo Farnese nominando Francesco De Vita coordinatore della cabina di regia (incarico da 120mila euro l’anno a cui si aggiungevano 20mila per le spese) Luigi Bobbio tenne una «condotta oggettivamente grave per la palese strumentalizzazione della pubblica funzione, piegata al fine di retribuire con denaro pubblico chi aveva come merito solo quello d’essere suo amico». E’ un ritratto che proprio non piacerà al magistrato dal piglio sempre altero, ora in servizio al Tribunale civile di Nocera Inferiore, ex pm della Dda di Napoli, già senatore di Alleanza Nazionale, che dal 2010 al 2012 è stato sindaco di Castellammare di Stabia quello tracciato dai suoi colleghi della seconda sezione penale del Tribunale di Torre Annunziata (presidente Antonio Pepe, a latere Mariaconcetta Criscuolo e Federica De Maio) che a metà febbraio lo hanno condannato a un anno e otto mesi, con relativa interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo (pena sospesa) per abuso d’ufficio. 

Il coordinatore

A tre mesi dalla sentenza sono arrivate puntuali le motivazioni che suonano come uno schiaffo a chi ha sempre professato di essere uomo d’ordine e di legge. Nè va meglio a Francesco De Vita, condannato a 4 anni e mezzo per abuso d’ufficio e peculato, che viene descritto «soggetto incline a mistificare la realtà a proprio vantaggio anche proponendo ricostruzioni dei fatti ai limiti della boutade» che «non ha esitato a profittare dell’occasione offertagli dall’elezione del Bobbio e – dopo aver già conseguito un rilevante profitto economico con un incarico cui non aveva diritto- ha speculato ulteriormente sulla situazione creatasi, incurante delle difficoltà economiche del Comune e senza alcun rispetto per i contribuenti stabiesi», tant’è che pur essendo incensurato non si è visto riconoscere le attenuanti generiche. 

Il dirigente

Mentre Vincenzo Battinelli, il dirigente che diede l’ok alle liquidazioni a favore di De Vita e ha incassato due anni per concorso in peculato, non ebbe «alcun tornaconto economico» e se pure fu complice consapevole dell’errato uso del denaro pubblico, lo fece per «non frapporre ostacoli a chi-il De Vita- sapeva essere legato da vincoli strettissimi con l’esponente apicale dell’amministrazione comunale, vincoli che gli avevano garantito di ottenere al di fuori delle regole l’incarico di coordinatore e di conservarlo anche in epoca di deficit strutturale» e «preferì evidentemente non correre il rischio di entrare in rotta di collisione» con l’allora sindaco della cui «massima fiducia» godeva.

Avviso con inganno

Nelle 77 pagine di motivazioni i giudici ripercorrono la procedura con cui si arrivò alla nomina di De Vita, che rispose a un avviso pubblico. Tanto si è parlato del fatto che la sua istanza sarebbe arrivata fuori termine, venendo protocollata il 13 agosto 2010 al gabinetto del sindaco e non a quello generale dell’ente. Le opposizioni insorsero. Falso problema, secondo i giudici. Il punto, piuttosto, sta nel fatto che il Comune cercava 4 consulenti del sindaco. Invece De Vita venne nominato coordinatore di una cabina di regia che al momento dell’avviso pubblico non esisteva e non venne mai completata con gli altri componenti previsti nella delibera, nel frattempo, approvata dalla giunta. Ma se si cercavano 4 consulenti, perché nominare un coordinatore? La domanda è tornata spesso nel dibattimento iniziato il 18 ottobre 2013. Motivi di «economicità» dell’azione amministrativa, hanno spiegato Bobbio e Battinelli, che hanno chiarito che quei curricula vennero considerati una «short list» da cui selezionare il coordinatore. Per i giudici si trattò di un «escamotage». La natura del rapporto con il Comune era, come detto dal professore Orazio Abbamonte chiamato come testimone della difesa, «atipica». Lavoratore autonomo come qualsiasi consulente, eppure quando si accertò il deficit strutturale del Comune De Vita fu l’unico a restare. Tutti gli altri consulenti andarono via. Ritenuto indispensabile da Bobbio, De Vita poteva venire a Castellammare solo nei week end visto che lavorava a Roma in Trenitalia. Impossibile che Bobbio, di cui fu anche testimone di nozze, non lo sapesse come invece ha sostenuto al processo. 

Relazioni copiate e niente prove

Mai una convocazione scritta, mai un verbale, i testimoni chiamati a dibattimento ne hanno dato versioni diverse, i giudici attestano «l’indisponibilità di qualsiasi fonte documentale da cui ricavare notizie sull’attività della Cabina». Delle relazioni chieste a gran voce dalle allora opposizioni, i giudici sottolineano che non c’è prova di quando siano state scritte e che lo stesso De Vita ha ammesso di averle in parte copiate.

Falsi testimoni e l’amante

A Milano tante volte in un anno, sempre nei week end, tra il 2010 e il 2011. A spese dei contribuenti stabiesi con soggiorni in hotel di lusso e cene in importanti ristoranti. Era per tenere rapporti con persone che avrebbero aiutato Castellammare, ha sostenuto De Vita che a dibattimento ha portato in sua difesa tre persone con cui avrebbe mangiato nel capoluogo lombardo discettando di housing sociale e progetti ferroviari. Non le aveva nominate nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip quando, all’esito delle indagini della Guardia di Finanza di Castellammare coordinata dal pm Maria Benincasa, venne arrestato. Le loro deposizioni, per i giudici, «non meritano alcuna credibilità». Bugie, solo bugie che hanno spinto il collegio a inviare gli atti in Procura per falsa testimonianza. Stesso destino per Martina Malà, la bellissima donna di origine ceca, che risultava essere ospite dell’hotel Principe di Savoia. Era la sua “ex fidanzata” di cui era ancora innamorato- ha sostenuto De Vita a processo- lui era a Milano per rilanciare Castellammare e ne approfittava per incontrarla «per qualche aperitivo». Non avevano dormito insieme quella notte, le aveva solo offerto la possibilità di usare la spa del lussuoso albergo. Versione confermata dalla donna in aula, ma che per i giudici non è «per nulla degna di fede». Poco importa che De Vita e la bella bionda stessero insieme in quel periodo. Le bugie potrebbero costare un processo anche per lei.


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