Omicidio Fontana, la rivelazione di Belviso: «Era il primo da eliminare della lista di Enzo D’Alessandro»

Omicidio Fontana, la rivelazione di Belviso: «Era il primo da eliminare della lista di Enzo D’Alessandro»

Belviso: «Era nemico di Enzo D'Alessandro»

Il “primo della lista”. Quella dei nemici da eliminare. Stilata direttamente dal boss Vincenzo D’Alessandro. Era il 2011 quando Salvatore Belviso, l’ex reggente di Scanzano pentito, indicò così Antonio Fontana ‘o fasano parlando con i magistrati della Dda di Napoli. In quella “lista” c’era anche chi poi fu effettivamente eliminato, come Gennaro Chierchia alias Rino ‘o pecorone ucciso il 13 marzo 2010 a Gragnano. A testimonianza che non si trattava solo di “parole”. Secondo Belviso di quella lista Antonio Fontana era una priorità.

Ma già nel 2006 ci sarebbe stato un altro progetto di agguato mortale nei confronti del 60enne ucciso ieri sera: emerse nel corso dell’operazione “Chalet” che smantellò la rete che il clan D’Alessandro aveva esteso attraverso il gruppo di Giovanni Avitabile ‘o tuppillo.

La famiglia dei “fasani” non ha mai goduto di grandi rapporti con gli altri gruppi criminali storici della città. Troppi pentiti. Magari anche falsi, o reticenti per convenienza. Ma comunque pentiti. Anche il fratello minore Luciano è stato collaboratore di giustizia: le sue dichiarazioni minarono il gruppo degli Omobono-Scarpa che nel 2004 aveva sferrato l’attacco ai D’Alessandro. 

Proprio il legame con una componente della famiglia dei “fasani” sancì ufficialmente la decisione di Salvatore Belviso di collaborare con la giustizia e lo allontanò definitivamente dalla famiglia D’Alessandro. Sebbene fosse cugino di primo grado dei fratelli-boss Pasquale, Luigi e Vincenzo D’Alessandro (“Sasà” è figlio di Angela Martone, sorella di Teresa vedova D’Alessandro) sposò Filomena Fontana, figlia di Alfonso (fratello di Antonio) il 28 ottobre 2011 nel carcere de L’Aquila quando aveva da poco iniziato il percorso di collaborazione. Ma la loro relazione era iniziata molto prima e non era affatto vista di buon occhio da Scanzano. Tant’è che Belviso dovette “sudarsi” la fiducia del cugino-boss Vincenzo D’Alessandro per entrare nel 2009 nelle fila del clan.  «Enzuccio – raccontò Belviso – era freddo per i rapporti con una Fontana. Quando parlai con lui e gli dissi che la storia è finita, fu uno dei motivi di riavvicinamento. Enzuccio già sapeva che io stavo con Matilde, sennò non mi avvicinava proprio». Le cose poi andarono diversamente, con Belviso e la Fontana che tornarono insieme. Ma ciò non toglieva- raccontò- l’ex reggente che Antonio ‘o fasano doveva essere eliminato nel volere del boss Vincenzo perché quel pentito aveva fatto finire in galera tanti affiliati di Scanzano. Una priorità che superava i legami sentimentali tant’è che Belviso spiegò: «Lei ha preso me, io lei. Non le nostre rispettive famiglie». Famiglie che, appunto, non hanno mai avuto buoni rapporti, a volere usare un eufemismo.

L’altro progetto di agguato mortale, invece, porta le lancette dell’orologio ancora più indietro nel tempo: all’inchiesta denominata “Chalet” che portò in cella, tra gli altri, Giovanni Avitabile ‘o tuppillo e Giovanni Savarese. Tra gli elementi che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbero testimoniato la violenza e la pericolosità di quel gruppo criminale c’erano alcune intercettazioni che rivelavano il progetto di tendere un agguato ad Antonio Fontana e alla moglie. Un piano saltato per motivi indipendenti dalla volontà di chi lo stava meditando. All’epoca. Undici anni fa. 


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