Aversa, l’appello del maestro-ceramista di Sant’Agnello: “Si pensa solo a riempire la penisola di turismo, così perdiamo identità”

Aversa, l’appello del maestro-ceramista di Sant’Agnello: “Si pensa solo a riempire la penisola di turismo, così perdiamo identità”

Aversa, l'appello del maestro-ceramista di Sant'Agnello: "Si pensa solo a riempire la penisola di turismo, le vecchie tradizioni stanno morendo"

“Si pensa solo a riempire questa terra, con tante case che diventano alberghi. Molte famiglie sono costrette ad andare via. E così scompaiono pure le botteghe degli artigiani. Non va bene. Bisogna riscoprire l’emozione delle tradizioni per dare, anche al turista, una proposta genuina”. Appena qualche giorno fa ha presentato nella Cattedrale di Sorrento il suo ultimo capolavoro, “Vita semper Vincit”, una croce in terracotta composta da 4mila pezzi che propone tutte le scene più significative della vita di Cristo. E ora rilancia la sua “crociata” a tutela dell’artigianato. Un settore sempre più povero in penisola sorrentina, con tante realtà sparite e soffocate dal turismo di massa. Lui è Marcello Aversa, il maestro ceramista di Maiano, il piccolo borgo di Sant’Agnello che attende un rilancio nel nome dell’artigianato.
“A volte le cose nascono per caso, da una semplice circostanza – racconta Aversa -.  Anche quest’idea nasce così, da un incontro con il mio amico Andrea.  Circa nove anni fa, tornavamo insieme dalla messa domenicale, quando, guardando un gruppo di turisti spaesati che camminavano per Maiano, mi disse: “Marcello questi turisti sembrano fuggire da Sant’Agnello, per correre tutti a Sorrento”.  In un primo momento a quella frase non diedi alcuna importanza, poi, nei giorni a seguire quelle parole diventarono per me un tormentone. Come mai, mi domandavo, nel corso degli anni, pur avendo Sant’Agnello una forte vocazione turistica, non una persona, non una associazione, non una amministrazione comunale, avesse affrontato questa problematica. Sì, si erano organizzate fino ad allora grandi manifestazioni ma niente di duraturo. Allora iniziai a fantasticare su una possibile soluzione, una soluzione che vedesse proprio Maiano come protagonista”. Un nuovo scenario, dunque, che conduca il visitatore in quelle botteghe che richiamano alla tradizione. “Dove ci sono grandi spazi si pensa a parchi tematici, a Spa, a palazzetti per esposizioni, ma io volli pensare con la saggezza delle massaie di questo luogo e qui entra in gioco la polpetta, la famosa polpetta di San Rocco dai 21 ingredienti. Secondo me questa prelibatezza nasce per l’oculatezza di qualche massaia che per non far andare a male i prodotti che aveva in dispensa, ricordiamoci che si era in agosto e all’epoca non c’erano frigoriferi, li amalgamò assieme, ritrovandosi questo impasto agrodolce divenuto in seguito così famoso. Da quella lezione immaginaria di economia domestica, capii che per la realizzazione di un progetto bisognava utilizzare quello che già era presente nel borgo, senza strappare nemmeno un metro a questa terra straordinaria, una terra che non ci ha mai tradito anche se continuiamo, con la nostra arroganza e la nostra presunzione, a martorizzare”. Aversa non fa giri di parole: “Una terra che ormai consideriamo un contenitore da riempire fino all’orlo, senza accorgerci che in questo contenitore così saturo non stiamo più bene né noi che ci viviamo né chi viene a trovarci. Altri luoghi già sono arrivati a questa conclusione, vedi Venezia e le Cinque Terre, noi invece, ancora perseveriamo con la nostra idea del “riempire”. È proprio per “riempire” che tante delle nostre case continuano a trasformarsi in alberghi, è così che famiglie autoctone sempre più spesso sono costrette a lasciare la loro terra. Ed ecco ripetersi un errore del passato, lo stesso errore che ha quasi totalmente cancellato le botteghe degli artigiani dal tessuto urbano del nostro territorio a favore di grandi marchi. In questo modo stiamo globalizzando anche la nostra terra, il visitatore non trova più le peculiarità territoriali ma tutto quello che potrebbe trovare in qualsiasi città del mondo, mentre noi dovremmo ritornare ad offrire a coloro che ci onorano della loro presenza quello che solo la gente della penisola sa esprimere al meglio: emozioni, umanità, accoglienza, tradizioni”.
Fari accesi dunque su Sant’Agnello. E in particolare sulla sua Maiano. “Allora ecco le fornaci, le cantine, i tanti spazi nascosti del borgo di Maiano – continua il maestro -. Bastava ripristinare questi luoghi, dandogli nuova vita attraverso l’insediamento di nuove botteghe artigiane da collegare al turismo e soprattutto alle nuove generazioni, così distolte da usi e costumi che non ci appartengono. Un luogo dove raccontare, con la voce e con le mani, storie di uomini e di tradizioni quasi scomparse, che possano radicare almeno culturalmente i nostri figli alla loro terra. La cosa più interessante è che questa sarà una di quelle spese considerate produttive, di quelle cioè che non pesano sulla collettività, anzi, se ben impostata, potrà portare nel medio termine, grossi vantaggi a Sant’Agnello.Di questo e di tant’altro abbiamo parlato qualche settimana fa proprio a Maiano, durante la presentazione del volume “Maiano, il borgo dei cretari” di Antonino De Angelis. Un’opera che ha raccontato di una Maiano quasi dimenticata che, nonostante abbia scritto la storia non solo di Sant’Agnello ma della penisola tutta, purtroppo in passato è stata ricordata solo a cadenza quinquennale. Gli stessi cretari che producono, e penso di non poter essere smentito, il prodotto più esportato di Sant’Agnello, nei momenti difficili sono stati dimenticati, questo non deve più accadere”.
Quali sviluppi a stretto giro per Maiano? “Nel suo libro De Angelis ci parla di passato, di passato recente, di presente e di futuro – premette Aversa -. Un passato fiorente ci rievoca stradine ricche di attività artigianali e commerciali, ci parla di boschi di agrumi, di una bellissima villa in stile liberty, luogo di villeggiatura di una delle famiglie più facoltose di tutto il centro sud.  Un passato recente che ha visto la progressiva scomparsa di molte attività commerciali e artigianali, il quasi totale ridimensionamento degli agrumeti e la trasformazione della villa Matarazzo in un grande complesso alberghiero, fino ad oggi isola nel deserto. Nel testo, poi, percepiamo un presente ricco di potenzialità ma che cammina con un passo troppo lento. Se vogliamo un futuro diverso dobbiamo, per quello che si può, recuperare gli errori del passato, recuperare quanto più verde si può, insediare botteghe artigiane che facciano rivivere le tradizioni di questo luogo, migliorare le infrastrutture. Facendo tutto questo anche la grande struttura alberghiera, ancor oggi criticata, può trasformarsi in un caposaldo del progetto; infatti i suoi ospiti, assieme ad altri di strutture limitrofe, possono diventare il pane quotidiano, non solo per gli artigiani ma per tutti quelli che penseranno di investire e credere in questa idea. Anche io figlio di queste fornaci dopo essermi diplomato, ho lavorato per 15 anni in una di esse divenendone titolare insieme a un mio zio. Poi un giorno, preso dalla grande passione per il presepe napoletano, da un momento all’altro, lasciai quelle fornaci per intraprendere una nuova strada. Infatti, grazie all’aiuto di Dio, avevo scoperto di saper modellare piccoli personaggi in argilla”.
Aversa, nel suo percorso d’arte, ha dovuto fronteggiare pure lo scetticismo: “Tutti mi consideravano pazzo nel lasciare il sicuro per l’insicuro, a cominciare dalla mia famiglia che vedeva in me l’ultimo discendente di quella tradizione. Ma io continuai per la mia strada. Oggi tante scuole, non solo in Campania, mi invitano per raccontare la mia esperienza. A quei ragazzi potrei parlare delle tante soddisfazioni che ho avuto, tra tutte quella di aver avuto un’amicizia con Lucio Dalla o quella di aver conosciuto Papa Francesco e tanto altro. Io invece racconto loro di una scatola; una scatola in cui, trentacinque anni fa, riponevo con cura le mie figure in terracotta e le portavo a Napoli, nel tentativo di venderle. Ma quelle Madonne, quei San Giuseppe, quei zampognari, il più delle volte, facevano con me sia il viaggio di andata che quello di ritorno. Tutto era difficile, ma pur sapendo che le fornaci mi avrebbero riaccolto come un figliuol prodigo, ho sempre insistito in quel sogno adagiato nella scatola. Ho ricordato al sindaco Sagristani, impegnato in prima persona per la realizzazione di questo progetto, che dieci anni fa ho riposto nella scatola un altro sogno, il sogno di vedere una Maiano diversa, una Maiano nella quale, nonostante Sorrento mi abbia accolto così bene, voglio tornare e portare con me altri artigiani. Però c’è una grossa differenza: per il primo sogno avevo una vita intera davanti, oggi invece essa si è accorciata, ed è per questo che già da adesso e per il futuro sarò ancora più tenace ed insistente, con la speranza che tutto si avveri, fosse solo per gratificare chi è stato sempre vicino a quest’idea, fosse solo per giustificare a mia moglie e ai miei figli tutto il tempo che in questi anni ho sottratto loro per inseguire questo sogno”.


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