Il corpo di Sofiya avvolto in un sacco dell’immondizia e gettato in un burrone, pista passionale

Il corpo di Sofiya avvolto in un sacco dell’immondizia e gettato in un burrone, pista passionale


Ora non ci sono piu’ dubbi: Sofiya Melnyk, l’interprete 43enne ucraina scomparsa il 15 novembre in Veneto, e’ morta. E’ stata uccisa, e buttata dentro un sacco dell’immondizia in un burrone. L’identificazione di quel corpo, martoriato dagli animali in settimane di permanenza nel bosco, l’ha data oggi l’autopsia eseguita a Treviso. La certezza e’ arrivata con la comparazione della schermografia dentaria. Null’altro, al momento, ha potuto svelare l’esame autoptico – eseguito dal dottor Alberto Furlanetto – date le condizioni del cadavere. Sembra escluso che la donna sia stata uccisa con armi da fuoco, o da taglio, ma altre cause ritenute piu’ probabili (come lo strangolamento) dovranno essere avvalorate dagli nuovi esami previsti: la Tac e altri accertamenti radiografici e istologici. Il consulente tecnico del Pm ha chiesto due mesi di tempo. All’esame hanno assistito anche i consulenti della famiglia di Daniel Pascal Albanese, il 50enne che conviveva con Sofiya, e che dopo la sua sparizione si era suicidato, impiccandosi. I Carabinieri avvalorano la pista dell’omicidio-suicidio, probabilmente per motivi di gelosia. Il principale indiziato resta appunto Albanese, ex consulente finanziario, che aveva sapeva delle frequentazioni dell’affascinante 43enne con altri uomini. E forse non aveva saputo rassegnarsi all’idea della fine del loro rapporto. Sofiya, che aveva frequentato un geologo settantenne emiliano, il quale pagava il mutuo della sua casa, stava pensando di iniziare una nuova vita con un medico sessantenne trevigiano, di Montebelluna, il primo ad essersi allarmato per la sua scomparsa. Dopo un mese e mezzo di ricerche, la vigilia di Natale era arrivata la svolta, con quel cadavere trovato da alcuni cacciatori in un burrone ai piedi del terzo tornante della strada per il Monte Grappa. Il medico trevigiano che l’ucraina frequentava aveva subito riconosciuto gli stivaletti neri trovati accanto al corpo come quelli della fidanzata. L’autopsia di Sofiya ha comunque evidenziato, come dato macroscopico, la presenza di numerosi e gravi traumi. Secondo l’anatomopatologo, potrebbero essere compatibili con colpi portati con corpi contundenti, come un bastone, o con calci, ma allo stesso tempo essere dovuti alla caduta dalla sommita’ della scarpata da cui il corpo e’ stato gettata, nel caso questo sia avvenuto quando la donna era ancora viva. Restano da comporre le ultime tessere, dopodiche’ il ‘giallo di Sofiya’ finira’ tra gli infiniti casi di femminicidio.


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