Castellammare. La morte di Fontana può essere un’arma a doppio taglio per i boss imputati

Castellammare. La morte di Fontana può essere un’arma a doppio taglio per i boss imputati


Un’inchiesta mastodontica costruita anche attorno alle dichiarazioni di Antonio Fontana, all’epoca dei fatti un esponente di spicco del clan dei falsi pentiti guidato dal boss Raffaele Di Somma, alias ‘o ninnillo. Un dato – per certi versi inquietante – che probabilmente è già finito nel fascicolo d’inchiesta sull’omicidio di Fontana, freddato da due sicari armati di pistola davanti ad una pizzeria sette mesi fa. Un agguato arrivato poco dopo il rinvio del processo alla cupola del clan D’Alessandro. Dopo le condanne cancellate in Cassazione e il valzer di accuse e ricorsi, la più grande inchiesta al gotha della camorra stabiese si è arenata, con il processo che è di fatto ripartito da zero – solo nei mesi scorsi – con tanto di prescrizione imminente per numerosi reati datati, in alcuni casi, di due decenni. La morte di Fontana, dal punto di vista processuale, impedirà ovviamente l’esame dell’ex collaboratore di giustizia. Ma le dichiarazioni di ‘o fasano restano cristallizzate e rimarranno, comunque, al centro della mole enorme di accuse mosse a carico degli imputati (tra i quali spiccano lo stesso Di Somma e Pasquale D’Alessandro, primogenito del boss Michele). Tradotto in parole povere: la morte dell’ex esponente degli scissionisti di Santa Caterina potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio per i boss imputati. Se è vero che l’ex pentito non potrà confermare in aula le vecchie accuse che decapitarono il clan, è anche vero che il codice di procedura penale prevede la possibilità di acquisire i verbali di un collaboratore di giustizia resi nel corso delle indagini preliminari anche se quest’ultimo è deceduto