Ordini e dogmi sono fondamenta di una dittatura

Ordini e dogmi sono fondamenta di una dittatura

Ordini e dogmi sono fondamenta di una dittatura

Il perfetto uomo del Sud è grillino. Il parlamentare onesto è grillino. Persino l’unico elettore autorizzato ad essere incavolato col sistema è grillino. Il resto è marcio. Il resto è anti. Tutti nemici. I giornalisti, poi. Appestati, «Che ci vogliono fregare». 

Dogma dopo dogma. E’ questo che qualsiasi uomo libero non dovrebbe accettare dai filosofi del Movimento a Cinque stelle. Ciò che, personalmente, mi ha tenuto fuori dalla marea gialla pur essendo profondamente critico nei confronti di una politica e di una classe dirigente che nella fascia di costa vesuviana, negli ultimi trent’anni ha lasciato transitare ogni benedetto treno dello sviluppo economico, occupazionale e sociale. Spesso per interessi personali, molte altre volte per assoluta incompetenza. 

Il sistema va cambiato, d’accordo. E ci provino i grillini a farlo. Amen. Però non coi dogmi. Quelli restano un ostacolo alla libertà di pensiero, al confronto, alla crescita nel rispetto delle diversità. Non accetto i loro così come non ho mai accettato, per esempio, quelli di una parte della sinistra che all’indomani di Tangentopoli, e all’alba della stagione dei sindaci che s’è poi rivelata profondamente fallimentare, servirono a tracciare un solco biblico fra i corrotti per definizione politica e ideologica e i duri e puri riparati sotto l’ombrello dell’unico partito stranamente sfuggito alla ghigliottina di ManiPulite. Fenomeno, quello, che ancora attende una serena analisi storica senza pregiudizi, che ha avuto senz’altro il merito di stanare i corrotti, ma anche il demerito di aver demolito i partiti, sdoganando la post-ideologia, le ampolle del Po, i movimenti ad personam, i «vaffa» di piazza e la politica dell’aggressione. 

Non si possono accettare i dogmi perché ci riportano al medioevo, alla santa inquisizione, alla divisione del mondo tra eretici e credenti. Non si possono accettare perché la storia, da Copernico a Giordano Bruno, giusto per fare qualche nome, ci ha insegnato che rappresentano sempre e comunque un muro eretto per fermare l’evoluzione. Soprattutto intellettuale.

E poi, riflettendoci bene, il dogma di per sé è un concetto che stride tremendamente con la convinzione di Seneca, secondo il quale «Il vento non si può fermare con le mani», che poi è la frase presa in prestito dal capo politico dei Cinque stelle dopo la metamorfosi da Di Maio a Di(o) Maio. Frase che, tra parentesi, adottò anche Matteo Renzi nei giorni della Leopolda, quando ancora prometteva rottamazioni nel Pd, prima di finire rottamato a sua volta.  

Il vento della ragione non può essere grillino per assunto. O comunque non può essere solo grillino. Pensarlo è come offendere chi non sventola le cinque stelle, e non per questo, come fosse un’equazione logica, abbraccia quella della disonestà. Pensarlo è un pugno in pieno viso a quei ragazzi che faticosamente hanno provato, e provano, a rimettere in piedi partiti e movimenti purtroppo inquinati dalla malapolitica, che invece meritano lo stesso rispetto di quelli che da anni montano e smontano i gazebo dei meetup. Pensarlo è come voler omologare il mondo allo statuto Casaleggio, segnare «buoni» e «cattivi» sulla lavagna, con tutto quello che ne consegue. Pensarlo, e sostenerlo continuando a postare il seme del rancore nel terreno fertile dell’idiozia social, significa mettere pericolosamente all’indice chi la pensa diversamente, identificare un nemico, lasciarlo in pasto al branco se serve. Significa voler manipolare la massa, giocando sulla disperazione della gente.

Un esercizio antidemocratico, che serve a creare abilmente consenso, ma che prima o poi si può traformare in boomerang perché, anche questo ci ha insegnato la storia, una cosa è cavalcare la rabbia, l’intolleranza e il rancore, altra cosa è concretizzare le rivoluzioni vere. Che a differenza delle dittature hanno bisogno di intelligenze, non di dogmi né tantomeno dello strisciante concetto di purezza della razza politica o elettorale che riporta alla mente le devastanti convinzioni dell’eugenetica di Galton, di fatto il nazismo nato prima ancora del nazismo stesso.

Non si possono accettare i dogmi perché sono pericolosi per chi è considerato nemico, e perché sono mine sotto i piedi di chi nell’onda gialla legittimamente ci crede. Mine che provocano espulsioni, processi mediatici e gogne social riservate a chi ha tradito per statuto.

Il problema non è il Movimento, né i 339 onorevoli eletti, né i futuri ministri e sottosegretari, né ovviamente l’elettorato che ha scelto di sostenere un’idea e un programma per convinzione, per disperazione o anche semplicemente per il desiderio di provare un’altra medicina. Il problema sono gli ordini ai quali o si obbedisce, e quindi si è dentro il mondo dei giusti, oppure no, e allora si è fuori, spediti a calci nel mondo degli eretici. Tra i nemici. Tra i giornalisti, per esempio, verso i quali ai 339 onorevoli eletti è stato imposto di tenere atteggiamenti di chiusura totale. 

Sono tre le regole d’oro dettate al concilio del Parco dei Principi da Rocco Casalino, uno che in 17 anni è passato dal Grande Fratello alla cabina di regia del Movimento più votato dagli italiani, e benedette da Di(o) Maio. La prima: non farsi fregare dai giornalisti perché il loro fine è danneggiarci. La seconda: non serve a nulla parlare con loro, se non a spaccarci. La terza: non c’è più bisogno di giornali e tv. Forse perché, viene da aggiungere, il confronto fa paura (timori diffusi, visto che anche De Luca jr ha convocato un’assurda conferenza stampa dove erano vietate le domande dei cronisti), perché bastano i post superficiali e gridati, basta la babele dei social. Basta il blog di Grillo per fare propaganda. E ovviamente basta la piattaforma che porta il nome di Rousseau, filosofo dei lumi che però sosteneva cose un po’ diverse rispetto al piccolo Casaleggio. 

Diceva: «la libertà non consiste tanto nel fare la propria volontà quanto nel non essere sottomessi a quella altrui». Un pensiero illuminato contro la deriva dittatoriale, che speriamo sia stella polare per gli eletti pensanti e per la gran parte di quella marea di elettori che li hanno votati credendo nella rivoluzione e non nel Medioevo. Se dovesse tornare l’oscurantismo, invece, noi di Metropolis saremo orgogliosi di starcene dall’altra parte con due marchi cuciti addosso: «eretici» e «giornalisti».