Pompei: paura Isis, caccia ai contatti di Jridi. Si indaga su chat e mail

L’Antiterrorismo stringe il cerchio sull’algerino autore del raid sul sagrato Fb ai raggi x, nessuna pista esclusa. Perquisiti connazionali nel Vesuviano

Pompei: paura Isis, caccia ai contatti di Jridi. Si indaga su chat e mail

Pompei – Capire chi sono i suoi contatti e chi eventualmente lo appoggia. Bisogna in fretta spazzare via i dubbi inquietanti che allarmano investigatori e fedeli alla vigilia di Pasqua. Othman Jridi è davvero un lupo solitario che si ispira al fondamentalismo islamico? O è soltanto un folle che ha agito sotto l’effetto di psicofarmaci e sostanze stupefacenti come candidamente ammesso da lui al Tribunale di Torre Annunziata? Il pool Antiterrorismo della Procura distrettuale Antimafia di Napoli sta lavorando sodo sul profilo dell’algerino, autore dell’incursione choc di Pompei dove lunedì pomeriggio, al volante di una Fiat Panda rubata due ore prima a Terzigno, ha imboccato contromano una strada finendo per schiantarsi sul sagrato del Santuario della Madonna.

Le indagini

Già ieri, la Procura di Torre Annunziata ha trasmesso alla Dda tutti gli atti del processo per direttissima che martedì ha visto imputato il ventiduenne, condannato in abbreviato a due anni e sei mesi per il furto dell’automobile e per le false generalità fornite ai carabinieri. Non mancano le informative dei carabinieri e degli 007 che stanno scandagliando il web. Nel faldone all’attenzione dell’Antiterrorismo affiora però soprattutto l’ordinanza firmata dal giudice monocratico Fernanda Iannone

la quale – pure per la sua grande esperienza alla commissione antiterrorismo di Strasburgo – appena si è imbattuta in Jridi ha capito che si trattava di un sospetto affiliato o fan dell’Isis. «Ha evocato attentati». Ma non solo: per il magistrato, l’algerino incarna alla perfezione il profilo del “lone wolfe” pure per aver inneggiato al Corano nel corso dell’udienza. Senza dimenticare l’aspetto che più accende i riflettori su Pompei: «Volevo avvicinarmi ad Allah». Quelle parole, rilette a mente fredda, acuiscono gli alert sul raid di lunedì. Ed è proprio per questo che gli investigatori stanno scavando senza sosta nella vita del ragazzo. Hanno perquisito gli appartamenti di alcuni connazionali e amici dell’algerino. Un’operazione lampo messa a segno tra Terzigno e San Giuseppe Vesuviano e che finora non ha fornito ulteriore materiale caldo per legare Jridi a circuiti terroristici o, in caso contrario, smentire possibili collegamenti con organizzazioni criminali. Ma la sensazione è che i controlli proseguiranno a tambur battente soprattutto in prossimità di Pasqua, almeno fino a quando non sarà accertata l’origine della spedizione di Pompei.

Chat e messaggi

Evidentemente, ora le indagini sono nelle mani del pool di Napoli diretto dal sostituto procuratore Maurizio De Marco. Sotto la luce dei riflettori ci sono il telefono cellulare del ventiduenne, le sue conversazioni, i messaggi e i contatti allacciati nelle ultime settimane pure attraverso i social network. Il ragazzo, da martedì in carcere, dovrebbe anche essere nuovamente sentito dagli inquirenti. Sia chiaro: non ha fissa dimora e i suoi (pochi) amici mantengono uno stretto riserbo sul connazionale che è finito nelle maglie dell’operazione antiterrorismo che da giorni sta portando dietro le sbarre, in tutt’Italia, cellule e sostenitori dell’Isis. Il rischio che Jridi possa essere un potenziale attentatore è tenuto in debita considerazione anche se su Pompei – seppur il livello di allerta, in virtù pure delle imminente festività pasquali, è altissimo – non ci sono specifiche e indicazioni di pericolo concreto e imminente.

 


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