Racconti: orrore e misteri nella 128 rossa. L’omicidio di Aldo Semerari

Racconti: orrore e misteri nella 128 rossa. L’omicidio di Aldo Semerari

Aldo Semerari era un criminologo simpatizzante di estrema destra. Decapitato e abbandonato a pochi passi dal castello di Cutolo. Del caso ha parlato il pentito Ammaturo, i giudici non gli hanno credutoViene ritrovato morto il 1 aprile del 1982 ad Ottaviano, nei pressi dell’abitazione di Vincenzo Casillo e non lontano dal castello di Cutolo.

Una personalità complessa, come complessa era la matassa delle sue relazioni. Sono trascorsi trentasei anni, ma chi e perché ha ucciso lo psichiatra e criminologo Aldo Semerari non lo sappiamo ancora, e a questo punto è lecito immaginare che non lo sapremo mai. Un plotone di collaboratori di giustizia ha rivelato mandanti ed esecutori di centinaia di omicidi di camorra, ma nessuno – ad eccezione di Umberto Ammaturo, al quale i giudici non hanno però creduto – ha saputo riferire per quale motivo nella primavera del 1982 Semerari fu assassinato con rara ferocia: la testa mozzata e infilata in una busta di plastica fu trovata sul sedile anteriore – lato guida – di una Fiat 128 rossa parcheggiata in viale Elena, a Ottaviano, proprio di fronte all’abitazione di Vincenzo Casillo, detto “‘o nirone”, numero due della Nuova Camorra Organizzata e braccio operativo di Raffaele Cutolo. Il resto

 A partire dagli anni ’70 Semerari (nato a Martina Franca nel 1923) era un professionista noto e apprezzato. Docente di medicina criminologica all’Università “La Sapienza” e direttore dell’Istituto di psicopatologia forense, si era costruito una solidissima reputazione come perito per numerosi tribunali sparsi per la Penisola. Le sue consulenze avevano indirizzato in un senso o nell’altro numerose inchieste giudiziarie; le sue perizie psichiatriche avevano avuto un certo peso nell’indagine sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini e in numerosi processi ad esponenti della criminalità organizzata. Grazie alle sue perizie mafiosi, camorristi ed esponenti della mala romana erano riusciti a evitare il carcere ed essere rinchiusi in strutture psichiatriche che poi risultavano assai più permeabili e meno severe di un penitenziario.Semerari, dunque, aveva contatti – seppur soltanto per ragioni di lavoro- con criminali della peggiore specie. Ma ambienti pericolosi li frequentava pure al di fuori degli impegni professionali. Non aveva mai nascosto – anzi – le sue simpatie neofasciste, per cui non tutti si erano sorpresi quando il 28 agosto del 1980 era stato arrestato nell’ambito dell’indagine sulla bomba alla stazione di Bologna (avvenuta appena ventisei giorni prima) per associazione sovversiva e strage. A fare il suo nome erano stati alcuni fascisti pentiti che ai magistrati avevano rivelato che lo psichiatra di origini pugliesi in realtà era tra i più autorevoli esponenti della destra eversiva. Le accuse si erano progressivamente sgonfiate e dopo sei mesi era stato rimesso in libertà. L’esperienza carceraria lo aveva però provato molto sul piano psicologico e tanto dal punto di vista fisico; aveva perso una trentina di chili ed era stato costretto a sottoporsi ad una delicata operazione all’intestino.Per lasciarsi alle spalle il presunto coinvolgimento in uno degli episodi più oscuri della prima Repubblica (la bomba alla stazione di Bologna provocò 85 morti e oltre 200 feriti), si era rituffato a tempo pieno nel suo lavoro. E proprio per lavoro il 25 marzo del 1982 era sceso a Napoli per effettuare una perizia su un detenuto rinchiuso nel carcere psichiatrico di Sant’Eframo. Uscito nella tarda mattinata dall’Hotel Royal, dove alloggiava, non era più rientrato. Non ricevendo più sue notizie, i familiari avevano allertato polizia e carabinieri; il loro timore era che Semerari si fosse suicidato. Una preoccupazione fondata sulle sue condizioni psicologiche, fortemente condizionate dai sei mesi trascorsi in carcere con addosso l’infamante accusa di aver in qualche modo partecipato ad una strage. Negli ultimi tempi soffriva di una sindrome depressivo-paranoica e quotidianamente assumeva dei farmaci che lo aiutavano a trovare faticosamente un po’ di stabilità. La sua personalità da la intricata tela di relazioni professionali ed extraprofessionali complicarono le indagini sulla sua sparizione: poteva averlo ucciso qualche mafioso suo cliente, deluso dall’esito di una perizia; oppure qualcuno dell’ambiente neofascisti poteva averlo punito per qualche ragione. Per sei giorni del criminologo non fu trovata alcuna traccia, e non fu attribuita nessuna importanza neppure a due telefonate anonime arrivate al centralino del quotidiano «Il Mattino», entrambe avvenute il 29 marzo. Nella prima telefonata una voce maschile aveva detto: «Qui Nuclei armati rivoluzionari. Aldo Semerari è stato rapito dai servizi segreti. Per ogni giorno di prigionia uccideremo un agente». Nella seconda, una donna con un marcato accento settentrionale aveva affermato: «Qui tribunale del popolo. Aldo Semerari è nelle nostre mani. Più tardi avrete notizie». Secondo gli inquirenti i casi erano due: o si trattava di mitomani o qualcuno aveva tentato di depistare le indagini. A rendere la vicenda ancora più inquietante era stata una lettera firmata dal criminologo e recapitata la sera del 29 marzo alla redazione del quotidiano “l’Unità”, organo del Partito comunista. Nella missiva, inviata al direttore Claudio Petruccioli, si faceva riferimento alla liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse nell’aprile del 1981 e tornato a casa vivo e vegeto tre mesi dopo; Semerari si attribuiva la paternità del falso documento del ministero dell’Interno pubblicato sull’”Unità” dalla giornalista Marina Maresca e nel quale si faceva ampio riferimento alla trattativa tra esponenti della Democrazia Cristiana e la camorra per salvare la vita all’assessore Cirillo. Secondo gli inquirenti la lettera era stata scritta dal criminologo alcuni giorni dopo la sua sparizione, perché risultava essere stata spedita il 27 marzo dall’ufficio postale Appio di Roma. Forse ad imbucarla era stata la sua segretaria, Fiorella Maria Carrara. Il tempo di interrogarsi sul perché di quella lettera a Petruccioli non ci fu. Il primo aprile una donna notò che da una Fiat 128 parcheggiata in viale Elena a Ottaviano fuoriusciva del liquido rosso che sembrava sangue. Era sangue. Quando gli investigatori arrivarono sul posto si trovarono davanti uno spettacolo agghiacciante. Nella vettura, abbandonata davanti alla casa di Casillo, c’era il corpo del criminologo diviso in due parti: la testa sul sedile davanti, il resto sul sedile di dietro. Una esecuzione terribile. Per una singolare e inquietante coincidenza, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Semerari, la sua segretaria, Fiorella Maria Carrara, venne trovata morta nel letto di casa, a Roma: aveva un buco alla tempia provocatole da un colpo di pistola 357 Magnum. Si disse che si era suicidata perché non aveva superato la perdita di entrambi i genitori. Un dolore esploso però a scoppio ritardato, visto che la mamma e il papà erano deceduti otto anni prima.Le indagini imboccarono la pista camorristica ma in dieci anni non si ricavò un ragno dal buco. Solo nel 1993 il boss pentito Umberto Ammaturo, narcotrafficante e nemico di Cutolo, si autoaccusò: sostenne di essere stato lui a tagliargli la testa perché aveva tradito la Nuova Famiglia per favorire la NCO di Cutolo, e fece anche i nomi di cinque complici. Ma i giudici non gli credettero e lo scagionarono. E così uno dei più brutali omicidi avvenuto negli anni ’80 è rimasto senza colpevoli.Il boss dietro le sbarreIl corpo di Aldo Semerari viene abbandonato in un’auto.Al criminologo pugliese è stata tagliata la testa. Il mistero diventa più fitto quando si viene a sapere dello strano suicidio di Fiorella Maria Carrara, assistente di Semerari.La donna si uccide a Roma dopo aver ricevuto una telefonata.


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