Ciro Formisano

Truffa su appalti Fincantieri «Ho pagato 200mila euro»

Truffa su appalti Fincantieri  «Ho pagato 200mila euro»

Ciro Formisano

Il processo

Salvatore Favoloro e sua moglie millantavano di poter truccare le gare Un imprenditore rivela: «Mi chiesero una mazzetta per una commessa»

Ciro FORMISANO Castellammare di Stabia Appalti milionari in cambio di 200.000 euro in mazzette. No, non è un’altra storia di corruzione all’italiana, ma i retroscena della presunta truffa legata al nome di Fincantieri, il primo gruppo al mondo nel campo della costruzione di navi. Un particolare clamoroso e inedito emerso nel corso del processo che vede imputati Salvatore Favoloro e Rosa Esposito, marito e moglie entrambi di Castellammare la città che ospita il più grande stabilimento Fincantieri del Mezzogiorno – e entrambi alla sbarra con l’accusa di truffa e tentata estorsione.

Favoloro – secondo il teorema della Procura di Torre Annunziata – avrebbe millantato contatti influenti all’interno della direzione dell’azienda. Contatti talmente importanti da consentirgli di condizionare le assunzioni di nuovi dipendenti e arrivare persino a pilotare gli appalti per l’aggiudicazione degli ordini milionari di Fincantieri. Tutto falso, ovviamente, come ribadito dai vertici dell’impresa all’indomani dello scandalo. A raccontare l’ennesimo capitolo di una vicenda dai contorni clamorosi è stato L.D.A., l’imprenditore che nel 2009 ha denunciato Favoloro e sua moglie innescando, di fatto, la mega-indagine messa in piedi dalla Procura.

La vittima

Il super testimone, ascoltato nell’ultima udienza del processo che si svolge al tribunale di Torre Annunziata, ha confermato quanto scritto in quella denuncia presentata quasi 10 anni fa. La storia che viene fuori dal suo racconto è quella di un piccolo imprenditore pronto a tutto pur di rincorrere il sogno del successo. Magari mettendo le mani sulle gare di Fincantieri. «Favoloro mi disse che quei 200.000 euro dovevano servire a oliare i meccanismi per la vincita delle gare», l’accusa choc dell’imprenditore durante la sua testimonianza. E per dar corpo alla truffa l’imputato sarebbe arrivato a falsificare anche i documenti, mostrando all’imprenditore falsi attestati di assegnazione delle gare alla sua ditta.

«Sono innocente» Accuse infamanti, smentite però in toto dalla replica dello stesso imputato. Favoloro (difeso dall’avvocato Olga Coda) ha infatti, deciso di essere ascoltato durante il processo. Una deposizione fiume per ribadire la sua «totale estraneità ai fatti contestati sia per la vicenda della vendita di posti di lavoro in Fincantieri, sia per i soldi avuti dall’imprenditore ». Soldi che – secondo la tesi dell’imputato – gli sarebbero stati dati dall’imprenditore a «titolo di prestito personale per la partecipazione ad altri affari legati all’edilizia e non a Fincantieri». Favoloro, sempre nel corso dell’udienza, ha affermato di non aver mai usato violenza contro le persone offese in questo processo. Addirittura l’imputato, in merito all’episodio di tentata estorsione contestato dalla Procura, ha affermato che all’epoca dei fatti era in coma. L’avvocato Coda, nel corso del processo, ha anche depositato documentazione medica a sostegno delle dichiarazioni di Favoloro. L’imputato ha anche ribadito che sua moglie (difesa dall’avvocato Carmine Iovino) «non è mai stata coinvolta» nei suoi affari. Il processo è stato rinviato a maggio per ascoltare altri testimoni della difesa. Nei prossimi mesi potrebbe anche arrivare la sentenza di primo grado anche se alcuni degli episodi contestati – reati vecchi di quasi 9 anni – sono già stati prescritti.

6 L’INCHIESTA Salvatore Favoloro e sua moglie Rosa Esposito sono accusati di truffa e tentata estorsione. Secondo l’accusa millantavano di poter far ottenere posti di lavoro e appalti in cambio di mazzette.

L’IMPRENDITORE L.D.A. ieri ha confermato in aula le accuse nei confronti degli imputati, spiegando che avrebbe pagato 200mila euro in cambio di una promessa di un appalto da milioni di euro in Fincantieri.

GLI IMPUTATI Salvatore Favoloro ieri s’è difeso in aula, raccontando che quei soldi in realtà gli erano stati dati dall’imprenditore a titolo di prestito per la partecipazione ad altri affari legati all’edilizia.


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