Bruno De Stefano

Storie: Il mistero sul caso Ammaturo

Storie: Il mistero sul caso Ammaturo

Bruno De Stefano

Killer e mandanti sono stati arrestati e condannati, ma nonostante la giustizia abbia fatto il suo corso il grumo di misteri che circonda la vicenda è ancora lì, tutto da sciogliere. A distanza di trentasei anni l’omicidio di Antonio Ammaturo, il capo della Squadra mobile assassinato insieme all’agente Pasquale Paola nell’estate del 1982, si porta ancora appresso il dubbio che le sentenze dei tribunali abbiano accertato una verità decisamente parziale. Secondo i giudici il funzionario di polizia è stato ammazzato dalla colonna napoletana delle Brigate Rosse perché considerato un nemico della lotta del proletariato. Ma è andata proprio così?

Il 15 luglio del 1982 Ammaturo era uscito di casa, in piazza Nicola Amore, a Napoli, e stava salendo a bordo dell’Alfasud guidata dall’agente Paola: prima che l’auto potesse partire in direzione della Questura, un commando li massacrò colpi di pistola. L’omicidio fu rivendicato con una telefonata all’agenzia Ansa: «Qui Brigate Rosse, un nucleo armato del partito della guerriglia ha annientato il massacratore dei proletari, il capo della Squadra mobile Antonio Ammaturo, e il suo cane da guardia». Un concetto ribadito in un comunicato lasciato in un cestino dell’immondizia in via Arcoleo, e nel quale si leggeva «dell’avvenuto annientamento del massacratore di proletari e del suo fedele cane da guardia che a suon di cariche, massacri, rastrellamenti e sgomberi personalmente diretti ed eseguiti, questa lurida canaglia si era conquistata la promozione da commissario capo a capo della Mobile, fino ad essere in odore di divenire il nuovo questore».

Nel loro delirante linguaggio i terroristi giustificavano così l’eliminazione di un poliziotto coraggioso e del suo autista. Ma Ammaturo più che un avversario delle Br era un nemico giurato della Nuova Camorra Organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo. Da capo della Mobile aveva condotto diverse inchieste sul clan di Ottaviano e in alcune interviste aveva definito il boss di Ottaviano “un cialtrone”, aggiungendo: «È completamente artefatto. Ogni parola che dice suona subdola, carica di secondi fini, la sua fortuna è di avere trovato terreno favorevole con i mali di questa città».

Insomma, più che una «lurida canaglia» e un «massacratore di proletari», Ammaturo era un funzionario che si era sempre distinto per le indagini sui camorristi e sui loro amici all’interno delle Istituzioni. Proprio perché indagava su un potente politico colluso con la camorra, era stato trasferito per punizione dal commissariato di Giugliano a quello di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Dunque, nel corso della sua carriera aveva pestato i piedi a parecchia gente, ma certamente non alle Br o perlomeno non fino al punto da diventare un avversario da abbattere. I dubbi sul reale movente dell’agguato in piazza Nicola Amore nascono da alcune testimonianze secondo le quali poco prima di essere ammazzato Ammaturo aveva condotto una sua personale inchiesta sul rapimento e la liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore regionale democristiano sequestrato dalle Br il 27 aprile del 1981 e rilasciato tre mesi dopo, il 24 luglio, nonostante i terroristi lo avessero condannato a morte. Le indagini accertarono che Cirillo era tornato a casa grazie ad un oscuro patto tra terroristi, pezzi dello Stato e il boss Raffaele Cutolo. Una vicenda mai troppo esplorata e con diverse zone d’ombra che avevano coperto le responsabilità di politici di primissimo piano. Ed è proprio su queste zone d’ombra che Ammaturo aveva lavorato, scoprendo delle verità evidentemente inconfessabili. In una telefonata al fratello Grazio aveva annunciato di aver elaborato un dossier dal contenuto esplosivo: «Sono cose grosse, tremerà Napoli», gli aveva detto. «Ti ho spedito una copia», aveva poi aggiunto, «un’altra copia l’ho inviata al ministero dell’Interno ». Purtroppo cosa aveva scoperto e cosa aveva scritto in quel carteggio non s’è mai saputo: al fratello il plico non è mai arrivato, e al Viminale nessuno ha mai detto di aver ricevuto il materiale. Grazio Ammaturo è poi morto in un incidente stradale in Tunisia. Qualche anno dopo il duplice delitto sono arrivate delle conferme alle perplessità circa la matrice terroristica. Da una inchiesta condotta dal giudice istruttore Carlo Alemi, è emersa l’ipotesi secondo la quale Ammaturo fu assassinato nell’ambito di un accordo tra brigatisti e Nco dopo che terroristi e camorristi erano scesi a patti durante la trattativa per la liberazione di Cirillo: una trattativa nella quale il camorrista di Ottaviano era stato coinvolto su esplicita richiesta di esponenti di rilievo della Dc campana. Cutolo, secondo l’indagine di Alemi, avrebbe chiesto alle Br di uccidere il capo della Mobile e di rivendicarne l’agguato. Pur ammettendo di detestare il funzionario di polizia, il boss ha sempre negato di essere il mandante: «Non ho fatto io alle Br il nome di Ammaturo perché venisse ucciso. Non escludo che mi avrebbe fatto piacere uccidere Ammaturo, ma in tal caso lo avrei fatto direttamente io, trattandosi di una vendetta personale».

Intanto da più fronti è successivamente arrivata la conferma che Ammaturo aveva condotto una inchiesta parallela sul caso Cirillo. La moglie Ermelinda spiegò ad Alemi che il marito «stava svolgendo un’indagine particolarmente riservata a proposito della quale aveva detto che “se fosse riuscito a portarla a compimento sarebbero venuti fuori fatti così gravi che a Napoli ci sarebbe stata un’eclisse”».

Identica versione fu fornita dal commissario Salvatore Pera, secondo il quale una decina di giorni prima del delitto Ammaturo era soddisfatto per l’esito di una indagine condotta personalmente sul sequestro Cirillo. Qualche hanno più tardi il collaboratore di giustizia Pasquale Galasso, numero 2 della Nuova Famiglia, confermò la tesi di Alemi. Nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare antimafia, Galasso affermò: «In particolare apprendemmo, da nostre molte vittime che costringevamo a parlare prima di ucciderle, che la motivazione a quell’omicidio era costituito dal lavoro che l’Ammaturo aveva svolto come capo della Mobile di Napoli attraverso perquisizioni che lo avevano portato a trovare non solo significativi documenti dell’organizzazione cutoliana, ma anche carte comprovanti il legame strettosi tra Cutolo ed i politici nel corso del sequestro Cirillo. Inoltre era lo stesso Cutolo che in ogni occasione ci faceva sapere che quell’omicidio era espressione del potere che nel frattempo aveva raggiunto». Nell’estate del 1993 le indagini di Alemi e le dichiarazioni dei pentiti, spinsero la vedova di Ammaturo, Ermelinda Lombardi, e le figlie Gilda, Maria Cristina e Grazia, a chiedere la riapertura delle indagini: «Le rivelazioni fornite, secondo recenti notizie di stampa, da ex malavitosi, oggi ‘‘collaboranti di giustizia’’, nel corso di audizioni tenutesi presso la Commissione parlamentare antimafia, riguarderebbero fatti, personaggi e circostanze certamente rilevanti per ricercare e conseguire finalmente la verità in ordine alle vere motivazioni, ai veri scopi e ai veri mandanti dell’omicidio. Si tratta di interrogativi inquietanti non solo per i familiari del defunto Ammaturo, ma per tutta la società italiana e per le istituzioni dello Stato, interrogativi che sebbene più volte posti in tutti questi anni, non hanno ancora ricevuto adeguata risposta». Benché argomentata, la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio di Antonio Ammaturo non è mai stata accolta. Il capo della Mobile aveva annunciato un’eclisse su Napoli, ma la sensazione è che l’unica cosa ad essersi eclissata è la verità.


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