Museo della pizza a NY, scoppia la protesta: la guerra provinciale dei pizzaioli napoletani

Museo della pizza a NY, scoppia la protesta: la guerra provinciale dei pizzaioli napoletani

“Sono incazzato nero” ripete più volte Antonio Starita, il più anziano e il più battagliero tra tutti, mentre Gino Sorbillo, forse anche per calmarlo, fa arrivare tre pizze fumanti “napoletane doc”. Con loro ci sono anche Alessandro e Dario Condurro della storica pizzeria “Da Michele” e Enzo Coccia de “La Notizia”, che subito afferrano i piatti per brandirle a mo’ di armi, pronti per la guerra agli Stati Uniti. Gridano allo “scippo” e rivendicano che “la storia della pizza può raccontarla solo chi l’ha scritta”. Per questo ieri le storiche famiglie di pizzaioli napoletani si sono riunite intorno al tavolo della Casa della pizza, nel cuore dei Tribunali, annunciando battaglia dopo la notizia dell’apertura, a ottobre, di un Museo della pizza a New York. “Che ne sanno gli americani della pizza? Non ci hanno neanche interpellati, non esiste. Il Museo della pizza lo facciamo noi e nell’unico posto dov’è giusto che sia, cioé dov’è nata: a Napoli” tuona Starita che ha già messo da parte foto e attrezzi storici di un’arte che nella sua famiglia si tramanda dal 1901. Servono contributi ed una location. “Regione e Comune sono lontanissimi” accusano, lanciando l’appello agli intellettuali e alle banche “ma siamo pronti anche ad autofinanziarci. La pizza è arte, Salvatore Di Giacomo la chiamava il sole nel piatto” ricorda Coccia che, come gli altri, la pizza ce l’ha disegnata nelle mani. “Potremmo fare il Museo a Castel Capuano o in uno dei tanti palazzi storici della città, come Palazzo Fuga”, propone. Ma la verità – amara da digerire – è che Napoli arriva seconda. Perché l’arte del pizzaiolo napoletano è stata riconosciuta Patrimonio Unesco, ma dal 7 dicembre nessuno ha parlato o fatto alcunché per istituire un Museo. “E’ mancato un percorso – risponde Sorbillo – per arrivare alla costituzione di un museo, prima che ci pensassero altri”. “Le istituzioni non hanno messo in campo nulla” gli fa eco Coccia. “E noi abbiamo sbagliato ad attendere terzi” aggiunge Starita. Se non fosse stato per gli americani, chissà quando ci si sarebbe mossi. Una battaglia che arriva non solo a scoppio ritardato, ma scatenata da ragioni e convinzioni che hanno il gusto altrettanto amaro del provincialismo e campanilismo. “La pizza è napoletana, a New York fate il museo dell’hamburger” si legge sui cartelli sventolati come bandiere. Eppure da Starita a Sorbillo tutti hanno aperto pizzerie nella Grande Mela, diffuso e tramandato l’arte oltreoceano. Perché ora gli americani non possono dedicarle un Museo? “E’ una speculazione” cavalca la rabbia il consigliere regionale, Francesco Emilio Borrelli, sottolineando che il biglietto costerà 35 dollari. “Non possono usare né la parola Museo, né pizza” rincara, come se si potesse avere un diritto d’esclusiva su entrambi. Quando gli si ricorda che esiste il libero mercato e la libertà d’ iniziativa, poi abbozza “E’ un Museo farlocco, truffaldino e noi vogliamo fare un’operazione di verità”. In realtà la società Nameless Network ha chiarito fin da subito che vuole “celebrare la pizza non solo come cibo, ma come linguaggio universale, il suo ruolo nella cultura pop” con sale dedicate alla storia della pizza, un laboratorio, una galleria degli artisti. Il “MoPi” sarà un Museo temporaneo, dal 13 al 28 ottobre, come nel 2016 è stato quello del Gelato. A fine visita anche una slide di pizza ed una percentuale del biglietto andrà in beneficenza per un pasto gratuito ad una famiglia indigente. “Quel Museo crea confusione sull’origine della pizza – commenta Sorbillo – che è nata a Napoli, perciò ha senso solo qui”. Ma perché raccontare un’opera d’arte che sia la pizza o la Gioconda ha senso e lo si può fare solo nella città dove è venuta alla luce? “Serve il riconoscimento della primogenitura e della distinzione perché la pizza napoletana non va mischiata con altre forme di pizza – replica -. Tutto deve partire da qui e poi magari faremo un Museo anche a New York, ma spetta a noi: ai pizzaioli napoletani”. Ma quanto poi sentirti a casa da Charlie dall’altra parte del ponte di Brooklyn, nel New Jersey o da Gennaro nel cuore di Little Italy mangiando pizza soprattutto quando la tua città sembra averti mandato via: questo è il vero patrimonio dell’umanità. Le tradizioni hanno origini sì, ma non confini, né esclusive. Quando lo capiremo forse diventeremo una città del mondo.

Marina Cappitti


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